SANGUE SPORCO – STORIA E STORIE, DAL NUOVO LIBRO DI ELIO VELTRI

Mentre continuano al Tribunale di Napoli le udienze del processo per il caso sangue infetto, pubblichiamo il capitolo “Sangue sporco” tratto dal nuovo libro di Elio Veltri dal titolo “Non è un paese per onesti – Storia e storie di socialisti perbene”, edito da Falsopiano.

Elio Veltri

Elio Veltri

I primi casi di AIDS fecero la loro comparsa nel 1979, ad Haiti, e nel 1980 in Europa. Nel 1981 una epidemia di AIDS si diffuse negli Stati Uniti e nel 1982 in Europa. Quattro anni prima la Società internazionale della trasfusione di sangue aveva auspicato che il sangue fosse raccolto da donatori volontari (altruisti) e che il guadagno non avrebbe dovuto motivare né il donatore né alcuna delle parti interessate. Una posizione ribadita dal Congresso di Budapest del 1982 con ulteriori precisazioni: «lo scopo finale è di ottenere plasma solo da donatori volontari preferibilmente dai Servizi Trasfusionali Nazionali. L’autosufficienza deve riguardare sia le materie prime per le componenti del sangue che per le frazioni del plasma. I prodotti di frazionamento dovrebbero essere contrassegnati da una etichetta con indicato il paese di origine del plasma di partenza».

Questi principi venivano fatti propri dal Comitato di ministri del consiglio d’Europa nel 1983. In particolare il  consiglio raccomandava di «evitare l’importazione di plasma, sangue e fattori coagulanti da paesi con popolazioni ad alto rischio e da donatori pagati e di produrre i fattori della coagulazione da larghi pools di plasma». Inoltre era necessario «informare i medici curanti e alcuni pazienti selezionati, quali ad esempio gli emofilici del rischio per la loro salute derivante dall’emoterapia ed informarli sulla possibilità di ridurre al minimo questi rischi». Le informazioni e gli avvertimenti erano chiari ma chi avrebbe dovuto provvedere ha fatto esattamente il contrario. L’allarme sui rischi di malattie mortali trasmesse attraverso il sangue era stato lanciato nell’incontro dei  rappresentanti dell’industria del sangue di Washington il 27 luglio del 1982 dai CDC-Centers for Disease Control (Centri per il controllo delle malattie) di Atlanta invitati alla riunione. Ma non fu raccolto. Anzi, i capi della FDA (agenzia federale per il controllo dei farmaci) avevano reagito accusando i CDC di avere organizzato una montatura, perché a loro parere non esisteva alcuna possibilità di trasmissione dei virus attraverso il sangue e il plasma. L’anno successivo, precisamente il 4 gennaio 1983, quando erano già segnalate morti causate da possibili virus trasmessi con trasfusioni di componenti del plasma e tre casi di AIDS che aveva infettato tre emofilici, nel meeting al quale avevano partecipato anche la Croce Rossa americana, l’Associazione americana delle banche del sangue, la Fondazione nazionale dell’emofilia, la Task Force dei Gay e l’Associazione dei produttori di fattori del sangue, ancora una volta i CDC si trovarono isolati. Don Francis, portavoce dell’Associazione cercò di far ragionare gli interlocutori urlando e picchiando i pugni sul tavolo: «Quante persone devono ancora morire? Di quanti morti avete bisogno per convincervi di ciò che sta accadendo? Dateci un limite, oltre il quale noi si possa intervenire».

Lo scrisse Gianna Milano, giornalista di “Panorama” nella rubrica sulla scienza e nel libro Puoi correre Rocco, un bambino calabrese, emofilico, morto di AIDS a 11 anni. L’urlo della disperazione non ebbe gli effetti sperati. Perché, anche dopo avere accertato che molti virus potevano essere trasmessi con il sangue e i suoi componenti, sangue e plasma pur essendo “sporchi” e inquinati, vennero usati dall’industria. I morti in tutto il mondo furono decine di migliaia. In Italia, nel 2006, il Ministero della sanità fornì questi dati: 409 malati di emofilia morti per AIDS più 86 partner, 924 infettati; 2142 infettati con il virus dell’epatite C e 443 da epatite B. Manca il numero dei morti a causa delle epatiti.

copertina-libro-veltriNegli anni, come dimostrano i dati forniti da familiari di nove persone morte, costituitisi parte civile nel processo di Napoli, i morti aumentarono: l’ultimo dei nove è del 2012. Una strage di Stato, mondiale, ignorata dagli organi di informazione nei primi anni Ottanta, quando il virus dell’AIDS, isolato in Francia da Luc Montagnier e in America da Robert Gallo, imperversava. Negata sdegnosamente dalle riviste scientifiche più accreditate e da illustri clinici ed ematologi presenti nelle commissioni scientifiche e ministeriali e consulenti dell’industria farmaceutica che guadagnava miliardi con “l’oro rosso”, che uccideva migliaia di persone riducendole a larve umane, nel silenzio dei governi e di tanti eletti del popolo nei Consigli regionali e nel Parlamento. Alcuni, in malafede, non volevano incrinare rapporti utili e rinunciare a qualche vantaggio economico, tanti, in buona fede, seguivano l’onda e come pappagalli ripetevano, senza informarsi veramente per conoscere il problema. Questa vicenda l’ho vissuta in prima persona, mi ha turbato profondamente, indignato. L’ho vissuta come cittadino, medico ematologo, consigliere regionale. Mentre scrivo è iniziato il processo a Napoli che vede alla sbarra Duilio Poggiolini, l’ex potente direttore del servizio farmaceutico del Ministero della sanità arricchitosi con tangenti (soldi, oro, pietre preziose, quadri di valore), trovato in una casa di riposo alla periferia di Roma, difeso da due principi del foro napoletano. Uno dei due, Vincenzo Siniscalchi, lo conobbi e frequentai alla Camera quando entrambi eravamo deputati della sinistra. Oltre a Poggiolini, 9 collaboratori e dipendenti delle industrie della famiglia Marcucci, proprietaria delle aziende che in Italia producevano emoderivati. Guelfo Marcucci, il grande patron, è morto nel dicembre del 2015. Parte civile anche il ministero della Sanità che chiede a Poggiolini 55 milioni di danni. Il 9 novembre 2015 è iniziato il processo e subito rinviato. Il processo e il rinvio mi hanno spinto a scrivere di questa tragedia, della quale parlano in pochi e che ha fatto più morti degli attentati terroristici in Italia e in Europa. Sono morte migliaia di persone, soprattutto negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Italia, Romania. Questi lutti erano evitabili. Incomprensibile il comportamento di medici famosi, giornalisti, associazioni dei malati, industriali del sangue. Emoderivati infestati dal virus che hanno stroncato tantissime vite umane comprese quelle di bambini che mai avrebbero dovuto morire di AIDS. Intendo soffermarmi sui comportamenti della magistratura che per 21 anni ha deciso tutto e il contrario di tutto e che a Napoli potrebbe compiere un atto di giustizia nei confronti delle vittime, dei familiari e dei cittadini onesti di questo paese. Intendo parlare del mio coinvolgimento personale, dei rapporti con i genitori di due bambini calabresi morti a 11 e 8 anni di AIDS, i signori Micò e Galluccio; delle battaglie fatte in Consiglio Regionale con Emilio Molinari (Democrazia Proletaria) e Bruno Ambrosi (indipendente PCI), giornalista Rai molto conosciuto, della partecipazione al comitato di periti nominato dal tribunale di Genova, dei timori e delle angosce, dato che fui obbligato a farlo perché nessun medico ematologo era disponibile e non esercitavo la professione da molti anni. So bene che ci vorrebbe molto spazio per raccontare tutta la vicenda. Ma devo condensare il tutto in poche pagine. Non è facile, ma lo farò.

Era il 1987, alla mia seconda legislatura regionale, impegnato prevalentemente sui problemi della sanità e sugli scandali lombardi, che insieme a Gianni Barbacetto abbiamo poi raccontato nel libro Milano degli Scandali, con prefazione di Stefano Rodotà. Edito da Laterza, perché nessun editore milanese aveva voluto pubblicarlo. Era il 1991, un anno prima di “Mani Pulite”. Il Consiglio e la Giunta regionale non si erano mai occupati dell’argomento. Eppure, nel 1986 in diversi ospedali lombardi erano stati accertati anticorpi anti HTLV III, virus dell’AIDS, in alcuni lotti di immunoglobuline commercializzate da più case farmaceutiche e il Ministero della sanità ne aveva autorizzato l’uso per via endovenosa “soltanto in ambiente ospedaliero”! Un giorno mi chiamò Guglielmo Bedarida, medico ematologo, con il quale avevo lavorato in Clinica Medica al Policlinico San Matteo e poi nel reparto di Ematalogia. Guglielmo era un medico di straordinaria preparazione, uno dei migliori immuno-ematologi sulla piazza, primario a Lodi, quando mi chiamò. Ci incontrammo e mi spiegò cosa succedeva soprattutto agli emofilici che venivano imbottiti di Fattore VIII, componente del plasma, necessario per la coagulazione del sangue, per cui i malati che non lo posseggono a sufficienza sono soggetti a emorragie anche gravi. Fattori VIII, IX e X e Immuno Globuline anti epatite B e C venivano prodotti per l’80% dalle industrie farmaceutiche italiane ed estere con sangue di donatori mercenari importato dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Africa e da alcuni paesi dell’Est Europeo, come la Romania. Chi vendeva il sangue e quanto ne vendeva? Erano poveri, emarginati delle periferie urbane, tossicodipendenti, carcerati, che “vendevano” fino a 50 litri all’anno di plasma estratto col metodo della plasmaferesi direttamente dalle vene. Persone spesso malate o malnutrite, esposte alle infezioni virali. Il plasma veniva mescolato in pools di migliaia di donazioni e poi inviato alle industrie per la produzione di emoderivati. Era sufficiente un solo caso di infezione per infettare tutto il pool. Da qui le morti per AIDS ed epatiti in tutto il mondo. Bedarida e Magni, responsabile del centro trasfusionale di Tradate, sostenevano la pericolosità del donatore mercenario rispetto a quello volontario, che negli Stati Uniti si conosceva fin dagli anni Cinquanta: nelle prime segnalazioni la maggiore infettività del sangue a pagamento risultava 10 volte superiore rispetto a quello donato da persone controllate. (J.G. Allen 1964). Ascoltai  attentamente la lezione di Gugliemo e gli chiesi la bibliografia che poi mi mandò. Era prevalentemente in inglese per cui, con fatica, lessi e cercai di capire. Nel febbraio del 1987, con Bruno Ambrosi, organizzammo una conferenza stampa in Consiglio regionale. Con noi due, Bedarida, Agostino Traldi, immuno-ematologo di Castelfranco Veneto, Enrico Magni. Erano gli unici medici che si erano esposti. La reazione fu violenta ma non inaspettata. Una vera canea, utile però per richiamare l’attenzione sul problema: oltre cinquanta gli articoli sui maggiori quotidiani e settimanali nazionali con titoli che riprendevano le nostre denunce e riportavano esperienze e dichiarazioni di Bedarida, Traldi e Magni. Ministero della sanità, amministratori regionali e medici illustri, si attivarono per confermare la sicurezza degli emoderivati di importazione. Purtroppo al coro si associò l’Associazione Amici della fondazione dell’emofilia (Comitato lombardo) che il 20 febbraio 1987 ci inviò una lettera nella quale lamentava “le conseguenze gravissime e i danni che simili notizie possono causare agli emofilici”. La fondazione dell’emofilia, lo scrive Gianna Milano, istituita nel 1966, avrà un ruolo essenziale nelle drammatiche vicende di questo ultimo decennio. «Essa divenne infatti il referente privilegiato delle industrie farmaceutiche che operavano nel settore degli emoderivati. Attraverso congressi nazionali e internazionali, convegni, simposi, organizzati con il contributo finanziario delle industrie produttrici di emoderivati, si diffusero notizie sui nuovi fattori della coagulazione. E quando negli anni Ottanta si sarebbe dovuto informare sui rischi di contagio, non lo si fece».

Così le vittime, facevano causa comune con i loro carnefici. Su posizioni diverse “L’Associazione Lombarda del bambino emopatico”, il cui presidente Walter Turati, parlò di «comportamenti criminali e di rischi altissimi che in Lombardia si potevano evitare». A conclusione di un suo lavoro del 1989, Magni commentava: «L’Aids dilaga tra gli emofilici e la diffusione dell’infezione è direttamente proporzionale all’impiego di frazioni coagulanti ottenute da plasma di importazione; le raccomandazioni della Società internazionale della trasfusione di sangue e della Comunità europea sono raccolte da pochi governi. In particolare il governo italiano non prende un minimo provvedimento; non potendo più nascondere il fatto che la popolazione emofilica è pesantemente infettata dall’HIV, Aledort sostiene, ora cinicamente, che per questo non vale più la pena di andare per il sottile circa la sicurezza del plasma di partenza per la produzione dei prodotti coagulanti (Aledort LM 1989)».

schermata-2016-12-03-alle-09-11-08Nella mitologia greca Asclepio, Esculapio per i romani, dio della medicina, veniva raffigurato con un farmaco per la guarigione stretto in una mano e uno per provocare la malattia nell’altra. A sottolineare che ogni farmaco accanto a poteri salutari aveva anche la possibilità di danneggiare la salute. Ma nella storia moderna non si era mai  verificato che un farmaco scelto per curare una malattia avesse fatto più morti della malattia che avrebbe dovuto curare. Tutto inutile. Nessuno che potesse fare qualcosa per fermare il massacro apriva bocca. E non era certo la prima volta. Il potere di condizionamento della ricerca, delle organizzazioni di tutela della salute, dei medici e persino delle associazioni dei malati, esercitato dalle case farmaceutiche è stato sempre enorme. Persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la FDA americana, che dovrebbe garantire la sicurezza dei farmaci, venivano finanziate dall’industria farmaceutica che, con un fatturato di circa 500-600 miliardi all’anno e profitti che per alcuni prodotti erano del 30 per cento, non badava a spese. Più autonome L’EMEA (agenzia europea per il farmaco) e L’AIFA (agenzia italiana). Lo stesso trattamento era riservato alle associazioni dei familiari dei malati, essenziali per accreditare un farmaco. Nel mese di aprile del 1987 abbiamo replicato con un’altra conferenza stampa. Questa volta con me e Ambrosi c’erano Laura Conti, Chicco Testa e Carlo Monguzzi di Lega Ambiente. La risposta dell’assessore  regionale alla sanità e dei suoi consulenti per garantire che gli emoderivati di importazione erano sicuri non si fece attendere. Smentiti tre anni dopo dal dr. Carreri, dirigente del servizio di igiene pubblica della Regione, il quale in una intervista affermava che «i più grandi medici di Milano fino a poco tempo fa ci dicevano che gli emoderivati importati dagli Stati Uniti erano sicuri, ma non è stato così. Sono stati infettati con il virus dell’Aids decine di bambini e adulti emofilici». Eppure la Regione Lombardia fin dal 1980 aveva scelto la via giusta e con due leggi istitutive aveva creato il CREL (Consorzio regionale emoderivati) con la partecipazione dell’Istituto Sieroterapico Milanese e dell’Avis, con il compito di produrre emoderivati da plasma di donatori lombardi volontari. Ma fu poco utilizzato per responsabilità delle giunte regionali che si sono succedute, nonostante le proteste continue degli amministratori dell’Ente. Il presidente Annibale Porrone, in più occasioni, aveva denunciato le inadempienze della giunta regionale: finanziamenti esigui e pochissimo personale, per cui l’Ente era stato costretto alla totale inattività.

Evidentemente le sirene delle industrie e dei medici avevano avuto la meglio. Ma le nostre iniziative hanno  provocato anche molte prese di posizione autorevoli come quelle del dr. Alberto Ghessi, direttore del centro emoderivati Avis di Milano, di Renato Rigamonti presidente dell’Avis Provinciale, ma soprattutto di Silvio Garattini. Il direttore dell’Istituto Mario Negri in un articolo scritto sul Giorno, richiamando un editoriale del “The New England Journal of Medicine”, ricordava che fin dal 1983 si sapeva che preparati di Fattore VIII potevano trasmettere il virus dell’AIDS e riprendeva la nostra denuncia sulla pericolosità del plasma raccolto a pagamento e importato. Il 70-80% degli emofilici negli Stati Uniti, in Giappone, Germania, Francia e Italia sono stati contagiati da sangue infetto. Negli anni 1979-1985 le poche voci contrarie alle donazioni a pagamento e alla raccolta del plasma attraverso pool di migliaia di donatori sono rimaste isolate. Dodici anni dopo la catastrofe iatrogena, sul “New England Journal of Medicine” Glen F. Pierce, della fondazione nazionale per l’emofilia di New York scrive: «Le vite di tre generazioni di persone infette e le loro famiglie sono state alterate e, in molti casi, devastate sia emotivamente che finanziariamente». Decisamente fuori tempo massimo! “Ciò che conviene all’industria, non sempre conviene alla salute” diceva Gugliemo Bedarida, morto prematuramente nel 1987, poco tempo dopo avermi sollecitato a occuparmi del problema. Per dare una idea della quantità di sangue e di soldi guadagnati, ricordo che l’industria americana raccoglieva 7 milioni di litri di plasma ogni anno, forniti da 19 milioni di donatori (pagati) e produceva un miliardo di unità di fattori della coagulazione, metà delle quali esportate (e di esse l’80% in Europa). Questo era possibile perché come ricordava il prof. L.M. Aledort, gli Stati Uniti avevano leggi meno rigide per la plasmaferesi e permettevano prelievi di 50-60 litri per persona ogni anno. Un crimine a cielo aperto nel paese più ricco del mondo. In Italia la situazione era più paradossale che negli altri paesi europei perché la donazione di sangue a pagamento era proibita anche allora, mentre gli emoderivati di importazione provenivano da plasma raccolto a pagamento. Quando i danni sono stati evidenti, si è cercato di metterci una toppa ricorrendo alla inattivazione dei virus con metodi diversi. Governo e industria avrebbero dovuto scegliere tra due alternative: sicurezza dei donatori a monte o inattivazione dei virus a valle. Si è optato per la seconda perché l’industria aveva deciso così e non voleva mettere a rischio i suoi profitti. Per fare un paragone banale è come se l’alternativa tra mantenere pulito un fiume all’origine o depurarlo alla foce, si scegliesse la seconda possibilità. Per gli emoderivati, alla scelta fatta ne è seguita un’altra ancora più nefasta: l’informazione negata ai malati e ai loro familiari e l’uso consumistico dei farmaci per cui sono state somministrate quantità enormi ben al di là delle necessità per mantenere in equilibrio i malati. Il prof. Micò, padre di Rocco, emofilico non grave, finché non fu contagiato dal virus dell’AIDS, racconta la vita del piccolo Rocco giorno per giorno nel libro di Gianna Milano. Un diario struggente sulle giornate del bambino prima e dopo il virus. A Casignana, paese alle pendici dell’Aspromonte, il bambino, nato nel 1976, faceva una vita normale: giocava, anche a pallone, la sua grande passione, andava al mare che non è lontano dal paese, nella vendemmia aiutava il nonno a raccogliere l’uva, aspettava con ansia le prime nevicate per giocare con la pioggia di farfalle candide, come scrive lui stesso in un tema. Presto compaiono emorragie sia pure di lieve entità che sono sintomi di una emofilia di tipo A che però non cambia la vita di Rocco perché sono sufficienti poche unità di Fattore VIII per ritrovare l’equilibrio. Il suo bisnonno emofilico, è noto che la malattia colpisce i maschi ma si trasmette per via femminile, era morto a 66 anni e aveva condotto una vita normale. Rocco era così abituato da chiedere lui stesso al padre di iniettargli il fattore VIII. Padre e madre erano convinti della purezza del farmaco che iniettavano nelle vene di Rocco perché nel foglietto informativo, il “bugiardino”, c’era scritto: “Concentrato stabile, purificato, liofilizzato, di fattore antiemofilico umano preparato per purificazione della frazione insolubile, crioprecipitata, ottenuto dal plasma umano fresco congelato ottenuto da un ampio pools di donatori”. Il padre manifesta tutta la sua indignazione quando scrive: «Non sapevamo allora che nei larghi pools di donatori potevano esserci persone a rischio. Non sapevamo che per l’80% il plasma da cui si ricavavano i fattori della coagulazione del sangue, veniva importato in Italia dagli Stati Uniti. Non sapevamo che in America il plasma, è ricavato da donatori saltuari a pagamento. Non sapevamo che tra i donatori mercenari potevano più facilmente esserci tossicodipendenti (in cerca di soldi per farsi una dose) o persone provenienti da classi meno abbienti, bisognose, ma anche più esposte al rischio di infezioni. Non sapevamo allora, che il sangue più sicuro era quello ricavato da donatori periodici e volontari di cui si conoscono abitudini e stili di vita. Non sapevamo insomma che il sangue era ad altissimo rischio. Una bomba a tempo, innescata nella popolazione degli emofilici e dei politrasfusi. Chi poteva avere qualche dubbio, come il ministero della Sanità, le case farmaceutiche, e il comitato scientifico della Fondazione dell’Emofilia, non mise in guardia».

Anche le industrie, sapevano e hanno taciuto perché il business dei derivati del Plasma valeva 6000 miliardi all’anno, di cui 1600 in Europa. Non a caso, a proposito del Piano Sangue Nazionale il prof. Carlo Bernasconi, primario del reparto di ematologia di Pavia e presidente della Società Italiana di trasfusione del sangue, di fronte alla Commissione sanità del Consiglio regionale lombardo affermò: «Alla commissione Piano sangue e all’Istituto superiore di sanità, in due sedute si era fatto tutto. Poi è arrivata l’industria farmaceutica e sono iniziate le difficoltà». Nel 1987 Rocco viene ricoverato nell’ospedale Gaslini di Genova nel reparto diretto dal prof. Mori. È il 23 settembre 1987 quando, di fronte alle condizioni del bambino che non promettono nulla di buono, il medico dr. Terragna ricorda al padre che migliaia di ricercatori in tutto il mondo sono impegnati per trovare una terapia contro l’AIDS, la “peste” del secolo, e lo esorta a non arrendersi. Micò stima quel medico e ne apprezza le qualità umane e scrive: «ma per me significava tenerlo in vita a prezzo di indicibili sofferenze, ridotto a una larva umana che trascina i suoi giorni verso il buio della sera senza speranza, senza fiducia, senza interesse, con l’unica prospettiva di una improbabile e quanto mai remota possibilità di beneficiare di un rimedio ancora da scoprire e da sperimentare. Ero intimamente convinto che nessun tentativo sarebbe riuscito a far giustizia dell’infamia subita da mio figlio. Un’infamia compiuta da gente priva di scrupoli». 3 ottobre – Rocco si avvia verso l’esito finale. Papà Giuseppe scrive: «cerchiamo inutilmente di nascondere le lacrime. Rocco sembra sorpreso e rattristato dalla nostra reazione. Ci prega di non piangere per lui. È troppo. Siamo sopraffatti dalla commozione. E in me sento crescere la rabbia e il cupo risentimento che covavo da tempo e che fino ad oggi ero riuscito a reprimere. Maledico tutti. Possibile che Dio permetta ciò? Maledico anche Lui. Maledico gli uomini che si sono macchiati col sangue dei poveri innocenti, speculando sulla loro malattia. Maledico il destino che ha infierito con una malattia così terribile su chi è già colpito dalla nascita». Il 4 ottobre 1987 Rocco muore. La sorella Caterina decide di diventare medico ematologo e oggi lavora all’ospedale di Bergamo. I coniugi Micò, Giuseppe ed Elisabetta, negli anni ’90 fanno causa davanti al tribunale civile di Genova alla Sclavo, azienda del gruppo Marcucci acquistata dall’ENI nel 1990, produttrice dell’emoderivato Koate, assunto in maggiore quantità dal piccolo Micò, ai ministeri della Sanità e dell’Interno. A loro si associano i coniugi Galluccio. Il Tribunale nomina un comitato di esperti in rappresentanza del governo, della casa farmaceutica, e delle famiglie Micò e Galluccio, ai quali con una ordinanza del 3 ottobre del 1993 pone 12 domande. I giudici vogliono capire se Rocco fosse stato infettato con certezza dal virus dell’AIDS, se le conoscenze scientifiche e tecniche allora fossero tali da capire che il virus potesse trasmettersi mediante trasfusioni di sangue ed emoderivati e se le confezioni dei farmaci informavano i malati di eventuali rischi di infezione. Infine, dal momento che Rocco era stato curato con fattore VIII di case farmaceutiche diverse, se e come si poteva indicare con certezza il prodotto responsabile della trasmissione del virus. I Micò avevano bisogno di un ematologo e di un medico legale disponibili a rappresentali nel collegio dei periti per confrontarsi e reggere l’onda d’urto di noti professori universitari che rappresentavano governo e case farmaceutiche, chiamati in causa. Quando mi chiamò e mi chiese di fare il perito per la parte ematologica e di trovare un medico legale disponibile rimasi di sasso. Gli dissi che da anni non esercitavo ma che mi sarei attivato per trovare un medico legale. Lui però insistette sapendo che era molto difficile trovare un medico disponibile. Alla fine mi convinse e accettai. Mi feci portare tutta la documentazione, mi chiusi in casa per circa un mese, la studiai accuratamente e scrissi una relazione che ho ritrovato, attento a non sbagliare nemmeno una virgola per evitare di essere messo in mora dai medici con in quali avrei dovuto confrontarmi. Trovai anche il medico legale prof. Fabio Buzzi dell’Università di Pavia, riluttante, ma convinto dalla moglie Amelia Beltramini, una giornalista collaboratrice di “Panorama”, che aveva scritto sull’argomento. A quel punto dissi di sì anche ai genitori di Cristian Galluccio nato nel 1981 affetto da carenza di Fattore X, malattia emorragica molto rara, infettato dall’AIDS e morto a 8 anni. Dagli esami ematologici si poteva dedurre che Cristian si fosse infettato nel Nelle relazioni rispondevo a tutte le domande dei giudici evidenziando alcuni fatti gravissimi che si erano verificati in generale e nelle vicende di Rocco e Cristian. Nonostante la decisione del ministero e delle industrie di produrre emoderivati con plasma importato in quantità superiori ai bisogni, né i malati né i loro familiari era stati informati dei rischi possibili, perché la parola d’ordine era una sola: sicurezza assoluta degli emoderivati. Nessun dubbio, nessun indizio nonostante la strage di migliaia di persone. Per cui rispondere alle domande era stato facile. La domanda più insidiosa era quella riguardante il farmaco che avesse con certezza provocato la morte di Rocco. Dall’esame accurato delle cartelle cliniche emerse la risposta. Il bambino nei primi 6 anni di vita era stato curato con la somministrazione di 5000 unità di fattore VIII equivalenti a 800 unità all’anno. Dal 1982 al 1987 il trattamento terapeutico di Rocco è cambiato radicalmente e proprio nel periodo in cui il virus dell’AIDS era stato isolato e le morti si erano moltiplicate. Nel 1983 sono state somministrate a Rocco 17500 unità di fattore VIII, nel 1984 33000 unità, nel 1985 32000 unità, nel 1986 51 mila unità: sempre Koate- Miles-Sclavo; nel 1987 36 mila unità di cui 16500 di Koate-Sclavo e 20.000 di Kryoglobulin della Immuno. I numeri mi consentivano di affermare che nella terapia, e non solo nel caso di Rocco, imperversava un “consumismo” inutile e non necessario se non per arricchire le case farmaceutiche, complici i medici e che la probabilità che l’infezione fosse stata trasmessa dal Fattore VIII della Koate-Sclavo era molto elevata. Quando mi presentai alla prima riunione dei periti mi trovai di fronte a un muro di ostilità che si leggeva sui loro volti. Ascoltai persino qualche espressione del tipo: “ma chi è questo, chi lo conosce!”. Poi parlai e il mio intervento fu un atto di accusa al governo, alle case farmaceutiche, ai medici responsabili di una strage iatrogena senza precedenti. Salutai e me ne andai. Il processo non arrivò a sentenza perché i genitori dei bambini e con loro centinaia di emofilici e di familiari dei morti accettarono il suggerimento dei loro avvocati di procedere attraverso una transazione per i danni ricevuti. Il governo, nel 2003, con un decreto legge, stanziò 495 milioni di euro per risarcire i danni a un primo gruppo di 714 soggetti deceduti. Poiché molti altri erano stati danneggiati, nel 2014 fu approvato un’altra legge finanziata con 735 milioni di euro, che prevedeva il risarcimento di 100 mila euro per danni da emoderivati e da sangue e 20 mila euro per danni da vaccini. Complessivamente sono state interessate 6509 persone.

In Francia lo scandalo del plasma infetto ha provocato centinaia di morti ma ha anche colpito alcuni responsabili, tecnici e politici. Il copione dello scandalo che anticipa quelli degli altri paesi è sempre lo stesso. Nel 1985 i responsabili del Centro nazionale della trasfusione (CNTS) decisero di mettere in commercio quantità non trascurabili di fattore VIII e IX (per la cura dell’emofilia A e B) pur conoscendo i rischi che correvano i malati. Michel Garretta direttore del Centro, Jean Pierre Allain capo del dipartimento di ricerca dello stesso, Robert Netter direttore del Laboratorio nazionale per la sanità e Jacques Roux direttore generale alla Sanità sono processati e condannati. Nel 1994 in seguito alle denunce di 36 emofilici il giudice istruttore del tribunale di Parigi apre una nuova istruttoria contro Garretta e Allain per avvelenamento. Inoltre la Corte di giustizia della Repubblica Francese che persegue i reati commessi dai politici, avvia un’informazione giudiziaria contro il ministro Edmond Hervè segretario di Stato alla sanità e lo stesso Fabius, capo del governo. In Germania il deputato Horst Schmidbauer, socialdemocratico, ha presentato un rapporto con accuse gravissime alla burocrazia ministeriale, ai medici e all’industria farmaceutica. Il ministro della sanità è intervenuto e ha fatto cadere le teste di alcuni funzionari apicali perché non lo avevano informato di nulla. Inoltre l’associazione delle vittime dell’AIDS ha denunciato per “negligenza criminale” due ex ministri della sanità. In Germania dove le trasfusioni di sangue sono a pagamento, su 3000 emofilici, 1836 si erano contagiati con il virus dell’Aids, e negli anni ’80, 400 erano già morti. La Germania copriva con il sangue donato a pagamento solo il 20% del fabbisogno, il resto lo importava dagli Stati Uniti e dai paesi dell’Est, in particolare dalla Romania di Ceausescu dove centinaia di bambini sono stati contagiati con sangue infetto. Al centro dello scandalo la UBplasma che importava plasma da tutte le parti e lo raccoglieva a pagamento anche nelle carceri come in America. Per cui cinque manager sono stati condannati. Il giornalista tedesco Egmont Koch aveva scritto il libro Boses Blut, sangue sporco, in cui parla della “cospirazione del silenzio” e racconta la corruzione dei medici e dei mercanti del sangue nel suo paese. Anche in Germania, scrive Koch, è chiara la dipendenza dei medici dalle industrie farmaceutiche che li ricoprivano di regali, la sottomissione delle associazioni degli emofilici finanziate, la sordità dei funzionari ministeriali a introdurre gli antidoti necessari prima che fosse troppo tardi. Il silenzio della stampa che accreditava l’AIDS come malattia degli omosessuali e dei drogati. Ma quando 3000 malati presentarono il conto, la Bayer, che produceva emoderivati con le sue aziende partecipate, ne risentì in borsa. E in Italia? Resta da aggiungere che finora nessuno ha pagato perché nessun processo è arrivato a conclusione e alcuni reati sono già prescritti e altri si prescriveranno. Il processo penale è iniziato a Trento nel 1994. I tempi costituiscono lo scandalo della giustizia negata e la punizione inflitta ai familiari dei morti e al sentimento di giustizia che li hanno motivati.

Sono stato convocato come persona informata sui fatti e ho testimoniato a Trento e a Napoli. Nel 2003 il tribunale di Trento ha dichiarato la sua incompetenza territoriale e trasferito il processo a Napoli. A Trento rimane il filone riguardante le industrie e i prodotti stranieri, ma nel 2006 la procura chiede l’archiviazione. Resta a Trento anche il processo che vede imputato Paolo Marcucci per la vicenda della società Padmore raccontata sul periodico “Diario diretto” da Enrico Deaglio, dalla giornalista Elena Cosentino, collaboratrice della Bbc per la quale ha realizzato sull’argomento anche un video molto efficace, pubblicato da “Panorama”. Cosentino aveva fatto riferimento alle indagini del maggiore della Guardia di Finanza Marco Tripodi il quale aveva messo a verbale di avere scoperto in un deposito di Padova alcune tonnellate di plasma e altri prodotti appartenenti alla società Padmore gestita da Londra. La scoperta aveva impressionato Tripodi perché il plasma era conservato in alcune celle frigorifere insieme ad altri prodotti come asparagi, baccalà, pesci vari, cervella bovine. «Quello che subito ci insospettì fu che una società delle Isole Vergini Britanniche conservasse del materiale del genere in un deposito di Padova». Il plasma di proprietà della Sclavo del gruppo Marcucci fu venduto alla società Padmore per 12 miliardi e 600 milioni. I Marcucci hanno giustificato l’operazione per ragioni esclusivamente fiscali. Nel 2004 Guelfo e Paolo Marcucci vengono assolti con formula piena: «Il tribunale non può esimersi dal dare conto di alcuni aspetti poco chiari dei fatti che sono stati sottoposti al giudizio. Lo scenario entro il quale hanno operato gli imputati non è sempre parso limpido, altre volte opaco, altre volte ancora decisamente inquietante le cui ombre non diradate non possono rimanere velate da questo verdetto assolutorio emesso dall’esito di una lunga e faticosa istruttoria. Pesanti ombre rimangono sull’operato degli imputati di cui occorre dare conto. Inquietante era lo stato di assoluta superficialità e negligenza con cui venivano custoditi questi delicati prodotti biologici per uso umano. E parliamo di vere e proprie violazioni di legge e dei regolamenti disciplinanti le modalità con le quali deve essere conservato il sangue e i suoi derivati a fini igienici e sanitari».

La sentenza è quella che conta. Ma chiunque leggesse si porrebbe il problema del come si concilia un verdetto di assoluzione piena, che non discuto, con giudizi di tale gravità. Un processo peraltro ricco di consulenze, costato moltissimo, come gli stessi Marcucci evidenziano in un loro documento. I Marcucci hanno querelato per  diffamazione aggravata a mezzo stampa, Enrico Deaglio, Elena Cosentino, Angelo Magrini e Mauro Trevisson presidente dell’Associazione politrasfusi e avvocato della stessa, Marco Tripodi. Il tribunale di Milano, con una ordinanza ha deciso l’archiviazione. I Marcucci l’hanno impugnata.

A Napoli il processo arrivato nel 2003 ha cambiato l’imputazione in omicidio colposo multiplo aggravato. Tra richieste dei PM e annullamenti dei GIP si arriva al 2009 senza alcuna conclusione e intanto la prescrizione si avvicina. Poi il fascicolo che deve essere molto stanco si riposa per 4 anni e, dopo un’altra decisione di archiviazione, nel 2014 il GUP rinvia a giudizio tutti gli indagati per omicidio colposo multiplo. Il dibattimento inizia nel 2015. Imputati Poggiolini e alcuni collaboratori del gruppo Marcucci. Gli avvocati Stefano Bertone e Ermanno Zancla difensori delle parti civili delle 9 vittime, dopo tanto penare sottolineano che «per la prima volta si apre il processo inseguito per decenni e che ora si ha la certezza che si arriverà sino alla sentenza di merito. In questo modo si potranno approfondire le responsabilità di una strage di Stato intrecciatesi con crimini di industrie senza scrupoli».

E oggi come stanno le cose? Le battaglie fatte a suo tempo non sono state inutili, come le soluzioni che avevamo proposto: plasma da donatori controllati, stop all’importazione di plasma da donatori poco affidabili, responsabilizzazione di organi ad hoc, controlli severi. Misure che sono state recepite da alcune leggi dello Stato come la 219 del 2005 che ha istituito il Centro nazionale sangue, la 261 del 2007 che attribuisce compiti precisi al ministero della salute e altri decreti successivi. In questi giorni ho letto alcuni documenti scientifici inviatimi da Laura Salvaneschi responsabile, per molti anni, del centro trasfusionale e di immunoematologia di Pavia, mia collega in ematologia negli anni ’70. Mi sono soffermato sulle infezioni emergenti trasmissibili con trasfusione di sangue e sul fatto che non sono ancora disponibili mezzi per ridurre i rischi da patogeni emergenti. Di agenti infettivi appartenenti a questo gruppo ne sono stati identificati almeno Infine, ho letto con soddisfazione che la valutazione del rischio trasfusionale che implica quello di precauzione, mentre negli altri paesi europei è raccomandata, in Italia è legge.

Mentre scrivo telegiornali e quotidiani informano che la Corte Europea di Strasburgo ha condannato l’Italia a risarcire le vittime con 20 milioni di euro: una buona notizia.


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