La sera andavamo su WhatsApp – Vademecum per un nipote – Il nuovo libro di Oliviero Beha

Immagina che il furore icastico di un grande giornalista possa dolcemente confluire in un manuale di sopravvivenza futura per un batuffolo di nipotino, intento ad affacciarsi alla vita. E immagina che quel grande giornalista sia proprio lo stesso che nel corso degli ultimi vent’anni ha saputo interpretare come nessun altro le radici profonde alla base della deriva di un Paese e di un mondo. Si parla naturalmente di lui, Oliviero Beha, che nel fresco di stampa “Mio nipote nella giungla” (Chiarelettere, collana Reverse) ci pone lungo tutto l’arco della narrazione come spettatori e partecipi del confronto fra due esistenze. Quella del piccolo M., che fin dal primo vagito gli ha “allargato la vita”. E dall’altra parte lui, nonno Oliviero, che deve – o, diciamo meglio, dovrebbe – per una volta tradurre il sano sdegno, l’acuta lettura del fatti, la lucida consapevolezza delle cause, in un racconto pacato, quasi un’affabulazione, da consegnare come vademecum, una sorta di ‘vaccino’, all’amato nipote di un anno che, prima gatton gattoni, ora già in piedi, va ora alla scoperta della casa, magari scambiando, nella metafora della giungla che dà il titolo al libro, le corde dello stenditoio per altrettante liane.

Impresa, come si vede, quasi titanica. Eppure necessaria, “per lui e per loro, i nipoti di tutti, in un’Italia – scrive nel Prologo – trasfigurata al suo interno e decimata nei rapporti col resto del mondo”. Come abbandonare, insomma, il sogno di accompagnare per mano questi cuccioli di uomo “in una foresta sempre più disumana di piante carnivore e individui animalizzati nel senso peggiore, di organismi geneticamente modificati dall’insensatezza”?

Sarà per l’amore. E sarà che Oliviero – non dimentichiamolo mai – ha già dato prove della sua intensa vena poetica. Certo è che anche questa volta compie l’opera da par suo. Riuscendo ad affondare la lama senza ferire, a tradurre la veemenza fustigatoria in una concatenazione inoppugnabile di fatti, a non smarrire mai il filo della speranza che ci conduce, nonostante tutto, dall’inizio alla fine.

La copertina. In apertura Oliviero Beha

La copertina. In apertura Oliviero Beha

Si parte dai fondamentali. La salute, certo, il diritto troppo spesso negato di salvarsi la vita nell’Italia spezzata in due, in quel Sud dove ancora oggi “l’ospedale migliore è l’Alitalia”, come si diceva una volta, visto che per ricevere cure dignitose bisogna scappare, volare al Nord. L’aziendalizzazione spinta della sanità italiana non conosce comunque ragioni di latitudine. Amaro frutto, anch’essa, della mercificazione globale che ha inghiottito tutto quanto di umano esisteva nella cura dell’ammalato. Come è possibile dover spiegare ad un nipote che questo è, semplicemente, “il capitalismo della salute, bellezza…”, che appena varchi la soglia di un presidio sanitario ti trovi catapultato nello scontro fra “umani e inumani o disumani, mentre per la china si alternano ministri di destra e di sinistra immotivati, come se la sanità fosse solo un orto della politica”?

Capitolo cibo: peggio mi sento. Specie cominciando – come fa Beha – dall’insostenibile, dirompente contrasto fra la minoranza opulenta dell’umanità, che abitualmente si ingozza di sentimenti caritatevoli, e quei “3,1 milioni di bambini sotto i 5 anni che crepano ogni anno per scarsa o inesistente alimentazione”. E qui sarebbe forse stato meglio non dire al piccolo M. che mentre succedeva tutto questo si stava aprendo la rutilante era degli chef, altrettanti guru calati dai palcoscenici delle tv mondiali per impartire regole gastronomiche agli straricchi. Invece glielo diciamo, è giusto metterlo in guardia fin da subito da quel “luna park gastroenterico” dove governa “la cappa sublime degli chef stellati”. Perché, sì, ormai “siamo alla lotta di classe apparecchiata in una tavola fintamente buona”, senza nemmeno avere “la percezione dell’ennesimo, gigantesco raggiro”.

Tre. Allo “scoiattolo su due zampe della mia progenie” sarà bene far capire come la deriva generalizzata stia trascinando con sé nella risacca anche le forme più elementari della comunicazione.: la lingua madre. Tema, è chiaro, geneticamente connesso all’autore di queste pagine, che è ancora fra i pochi a saper orchestrare le parole del racconto con effetti quasi sinfonici, capaci di andare ben oltre la lezione dei Maestri (“ipotassi, paratassi, subordinazione lessicale e concettuale”…) che pure qui vengono di tanto in tanto evocati.

acquario-solitudineAvanti, ancora avanti. Ed eccoci all’ “orgia dei selfie”, a quella “solitudine che si annida dietro uno schermo”, ad una “umanità o la sua facente funzione” alla disperata ricerca della conferma di esistere grazie ad un monitor, dietro il quale prudentemente si nasconde, provando a vivere almeno la vita degli altri. Benvenuti nello spaventoso mondo virtuale dentro cui navighiamo tutti, che lo vogliamo o no. E nelle cui spire proliferano mostri come la prostituzione via web da cui – avverte Beha – potranno salvarci solo le donne (sempre che riescano a scampare al dilagante femminicidio, neologismo orrendo eppure necessario).

Da qui era impossibile non approdare a “Trucchi e parrucchi del pensiero digitale”. Sempre, naturalmente, per ragioni connesse al Dna dell’autore (e di chiunque faccia ancora il dannato mestiere di volere a tutti i costi raccontare i fatti). Cosa resta – è la domanda di fondo – dell’uomo? “Mi piacerebbe capire se è proprio così, se è fondamentalmente solo un problema di mentalità stratificata come le rocce, se carotando l’essere umano complicato odierno si arriva ‘in fondo’ all’essere umano di sempre, che tale inizialmente appariva in superficie. E magari, soprattutto, qual è questo fondo”. C’è vita – verrebbe da chiedersi – oltre WhatsApp?

Bella domanda. Tanto per passare a una cosuccia come “La terza guerra mondiale strisciante” che apre un nuovo capitolo per il piccolo tra le foglie della giungla. Il capitolo su un bene prezioso: la libertà, punto centrale della riflessione “per il mio presente di rughe inesorabili e il suo futuro di riccioli ramati”.

Come va a finire non ve lo diciamo. Dovrà bastarvi questo volo sulle pagine di “Mio nipote nella giungla”, con i tanti bagliori che si accendono nella notte, per non perdere nemmeno una pagina di questo libro. Un esame di coscienza collettivo che prima o poi dovevamo fare e che nessuno meglio di Oliviero Beha poteva indurci ad osare. Noi lo abbiamo fatto. Per noi stessi. E per tutti i nipoti che verranno.

 

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