Questione di libidine (e non solo)

Libido, inguaribile patologia dell’apparire. Il virus infettante è più di ogni altro la faccia nello schermo televisivo. Ne è certamente affetto il signor Vespa che nel percorso di Rai 1 le ha percorse tutte. Prima come conduttore del Tg1, poi con gli speciali, ma soprattutto con l’occupazione plurisettimanale di Porta a Porta, feudo personalissimo che ha gestito con evidente propensione a privilegiare il centro destra. Eclatante la subordinazione politica a Berlusconi e più in generale ai potenti di turno. Furbo osservatore della mediocrità del suo pubblico, Vespa non ha mai esitato a usare lo spazio concesso a suon di contratti milionari per proporre simulazioni di processi a fatti di sangue dal grande impatto nell’opinione pubblica. Con strategia vincente è riuscito a ospitare nel talk show di seconda serata uomini e donne della politica di ogni orientamento, utili alla finzione del rispetto della par condicio e a favorire la vendita dei suoi libri, presentati con la partecipazione di leader dei partiti. Stavolta Vespa l’ha fatta davvero grossa: nel suo salotto ha intervistato nientemeno che il figlio di Totò Riina, il più sanguinario boss di mafia e gli ha consentito di dire quello che voleva, senza il necessario contraddittorio. Di più, gli ha evitato domande “imbarazzanti”, per un evidente accordo preventivo e ha pubblicizzato un suo libro. Le indignazioni a posteriori per l’intervista sono condivisibili ma in casi particolari tardive e non convincenti. L’intervista era registrata e, considerato l’interlocutore, era facoltà e dovere dei vertici Rai di visionarla per decidere sull’opportunità di metterla in onda. Le esternazioni della presidente Maggioni e del direttore Dall’Orto somigliano perciò al pianto del coccodrillo e, la mancata approvazione del direttore di testata denuncia incapacità complice. E poi, chi invoca la libertà di informazione ignora che al tempo di Vespa direttore di un Tg1 al servizio della Dc, i testi dei servizi prima di andare in onda erano sottoposti all’approvazione della segreteria democristiana. Nel coro di proteste per l’ospitalità di Porta a Porta al figlio di Riina, che si teme destinate al nulla appena il caso sarà offuscato dal successivo, scegliamo (da Repubblica) il boicottaggio di una piccola libreria indipendente di Catania,“Vicolo Stretto”. Espone un cartello con la scritta “In questa libreria non si ordina e non si vende il libro di Salvatore Riina. Fate tutti come noi”. Alleluia.

Nella foto Bruno Vespa

 

Di scandalo in scandalo.   L’Espresso centellina il dossier che possiede e stralcia per il momento cento degli ottocento nomi di imprenditori, attori, sportivi titolari di società offshore, al riparo dalle tasse nei paradisi fiscali. Fioccano le rettifiche ma sono anche tanti i rifiuti a commentare. Carlo Verdone ha negato investimenti oltre oceano, smentito dalla pubblicazione del documento che dimostra il contrario. Tra l’ingenuo e il mistificante la dichiarazione di Barbara d’Urso. Spera nell’assoluzione mediatica affermando che quel denaro le serviva per acquistare una casa in Francia. Domanda: perché mai nasconderlo in una società offshore e non averlo disponibile in Italia? Apprezzabile l’onestà postuma del premier britannico Cameron: “E’ vero, possedevo quote di un fondo nei paradisi fiscali.

 

Ci sa fare la Francia: esalta l’attrazione della Reggia di Versailles, meta di milioni di turisti e ne tiene cura come conviene a un eccelso patrimonio. E l’Italia? Naviga contro. Accertato che la reggia vanvitelliana di Caserta sovrasta la “cugina” francese per imponenza e bellezza, ha vissuto decenni di mancata valorizzazione e tra molte carenze lamenta le difficoltà di approccio con ogni mezzo, priva di vie protette ferroviarie protette (metro) e di una rete stradale idonea. La “disattenzione” per un polo di straordinaria potenzialità turistica ha vissuto fasi estreme e per tutte è sufficiente lo scempio del lunedì successivo alla Pasqua con il parco invaso da orde di gitanti irrispettosi della sacralità del luogo. L’arrivo del nuovo direttore, Mauro Felicori, ha innescato l’indagine su appartamenti all’interno della reggia occupati da chi non ne ha diritto, a costi inverosimili di fitto. Un canone di 3 euro e 50 è quanto paga la Società di Storia Patria a fronte dei 4.300 euro richiesti dalla sovrintendenza, 15 euro e 19 centesimi (sic, diciannove centesimi) li paga la Pro Loco. Il clou è un alloggio di 240 metri quadrati con vista sul parco occupata da un dipendente al costo mensile di 115 euro. Intrapresa la strada delle indagini, sono sotto tiro anche il bosco di Capodimonte, la sontuosa villa Pignatelli e la Floridiana.

 

Non c’è due senza tre: il petrolio della Nigeria (ha i più ricchi giacimenti del mondo) è un irresistibile attrattore per chi lucra con l’oro nero. Anche per l’Eni, colosso italiano della petrolchimica che secondo l’inchiesta della Procura di Milano avrebbe sborsato un miliardo e cento milioni di dollari a esponenti politici africani per ottenere la concessione allo sfruttamento. Indagati per corruzione l’amministratore delegato dell’Eni, Descalzi, chi lo ha preceduto, Scaroni, l’alto dirigente Casula e il responsabile per la Nigeria Armanna, oltre ai faccendieri Bisignani e Di Nardo e a mediatori nigeriani. Coinvolta nella vicenda anche la Shell, compiacenti intermediarie banche italiane e svizzere.


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