Filippo Turetta e la sottovalutazione della salute mentale in Italia

Nell’assordante chiacchiericcio a margine del dolore che ha colpito l’Italia per l’efferato omicidio di Giulia Cecchettin, un elemento sembra essere sfuggito alla maggior parte degli osservatori, una chiave di volta decisiva, se davvero si intende affrontare questo genere di tragedie. E’ sfuggito ai commentatori della domenica, anche a psicologi e criminologi di fama, ma risulta di tutta evidenza alle famiglie che subiscono il dramma di un familiare con disabilità mentale latente. Giovani apparentemente normali, uomini e donne dipinti dai vicini persone modello, che conducono una vita di tutti i giorni addirittura considerata serena, proprio mentre continuano ad alimentare la belva che si espande nel loro animo e ne devasta le personalità.

Esistono nel nostro Paese strutture deputate a cogliere e curare questo genere di disagio mentale per così dire latente, che non conduce al TSO, ma può fare molto, molto più male ai loro cari e alla società?

La risposta è no. Quanti ragazzi e ragazze abbiamo perso, pur avendo fatto ricorso ad ogni genere di terapia psichiatrica o psicologica, girando peregrini da un Dipartimento di salute mentale all’altro, senza mai trovare un rimedio che potesse frenare quella montagna di dolore, talvolta di odio, anche contro se stessi, che stava crescendo dentro di loro.

Chi ci è passato lo sa: in Italia si fa poco o nulla per la salute mentale, in termini di prevenzione e di cura, vuoi per una latente ma diffusa sottovalutazione dei problemi, vuoi per l’incapacità della nostra medicina di offrire percorsi reali di miglioramento e di uscita.

Questa probabilmente è stata anche la storia di Filippo Turetta, il ragazzo modello che ha massacrato a coltellate la giovane, dolcissima ex fidanzata Giulia gettandone il corpi a brandelli in un canalone.

Lasciamo stare le chiacchiere, ormai da bar, sul patriarcato maschile, sulla gelosia portata alle estreme conseguenze, sull’ansia di competizione. Qui c’è ben altro. Quelle manifestazioni di possesso fortunatamente non sfociano in efferati delitti come quello della piccola Giulia, altrimenti la media dei femminicidi in Italia sarebbe arrivata ben oltre uno ogni 4 giorni (dato Ansa di oggi, già altissimo). No, quando si perviene a condotte criminali come quelle di Filippo, doveva già esserci un gravissimo disagio mentale latente, difficile da capire anche per i familiari, ma non impossibile da intuire per le istituzioni sanitarie e sociali, se solo fossero in grado di essere effettivamente quelle sentinelle sul territorio di cui tanto avremmo bisogno per curare le piaghe dei nostri ragazzi, dei nostri uomini, sia nei contesti geografici limitati, come in questo caso, sia nelle metropoli.

Non a caso la formatrice in Psicologia dell’emergenza Piera Vitali dichiara che in casi come questo non bastano le pur necessarie sedute dallo psicologo, destinate a durare anni. Occorrono strumenti immediati ed efficaci, un vero e proprio “pronto soccorso emotivo” in grado di identificare questi soggetti a rischio e condurli con le giuste tecniche verso percorsi rapidi di autocoscienza, fino a riportarli nella piena consapevolezza della propria esistenza, del proprio valore come persona, con o senza di lei.

Resta il disastro del pianeta salute mentale in Italia che, dal sacrosanto smantellamento dei manicomi in poi, ha fatto un passo avanti e cento passi indietro, gettando allo sbaraglio i pazienti, in numero sempre crescente, con disagio mentale, lasciati in balia di se stessi e delle loro attonite famiglie.

Come ha ricordato su questo giornale Walter Di Munzio, psichiatra e giornalista, il rapporto Headway presentato al parlamento europeo mostra che «la salute mentale in Italia è scesa al terzultimo posto tra i paesi industrializzati per entità di risorse finanziarie investite». Secondo questo rapporto, che mette a confronto gli investimenti destinati alla salute nei maggiori paesi industriali, l’Italia è dunque fanalino di coda nella graduatoria degli investimenti programmati. Ma «ciò è accaduto – scrive efficacemente Di Munzio – perché la salute mentale è ampiamente uscita dai riflettori dei mass media ed è tornata nel limbo degli ambiti sanitari residuali, proprio come accadeva ai tempi dei manicomi».

Il risultato è lo strazio e il dolore di questi giorni e degli altri che verranno, se non si comincerà seriamente a prendere di petto la piaga del disagio mentale.


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