QUALE FUTURO PER LA SALUTE MENTALE?

Come risulta con chiarezza dal rapporto Headway, presentato al parlamento europeo, la salute mentale in Italia è scesa al terzultimo posto tra i paesi industrializzati per entità di risorse finanziarie investite. Il rapporto mette a confronto gli investimenti destinati alla salute nei maggiori paesi industriali. L’Italia è precipitata in basso nella graduatoria degli investimenti programmati, ciò è accaduto perché la salute mentale è ampiamente uscita dai riflettori dei mass media ed è tornata nel limbo degli ambiti sanitari residuali, proprio come accadeva ai tempi dei manicomi.

Se cercate in rete la parola follia, o anche pazzia, raptus, risulterà che stampa e informazione televisiva utilizzano tali termini solo nelle pagine di cronaca nera, per commentare omicidi, stragi, guerre e ogni altro tipo di efferatezza umana. Questo atteggiamento tende di fatto ad annullare il grande lavoro, sviluppato dal 1978 fino a pochi anni fa, fatto di restituzione di dignità agli internati e di lotte civili per la riconquista dei loro diritti civili negati. Queste lotte sono state condotte da un grande movimento di operatori, pazienti e familiari. A riprova di ciò è il crollo di attenzione che registriamo oggi sul tema che ha consentito, come conseguenza, anche il taglio indiscriminato di risorse.

La riforma sanitaria del 1978 (la legge 833) che ha istituito il servizio sanitario nazionale, aveva già incluso integralmente la procedente legge 180, approvata in fretta e furia solo qualche mese prima per evitare un referendum molto partecipato, una legge nota in tutta la comunità scientifica internazionale come “legge Basaglia”, dal nome del suo ispiratore. Quella legge pose il nostro paese al centro dell’attenzione degli operatori di psichiatria di tutto il mondo per il suo alto livello di innovazione. Questi operatori hanno guardato all’esperienza italiana con grande attenzione e ammirazione. Molti ricercatori sono venuti in Italia per vedere e studiare gli straordinari risultati ottenuti e documentati a seguito dell’applicazione di quella riforma. Si realizzo una straordinaria rete di servizi territoriali, uniformemente diffusi in tutto il paese; furono definitivamente chiusi prima tutti i manicomi civili e poi anche quelli giudiziari, sostituendoli con strutture più piccole e gestibili disseminate su tutto il territorio; fu avviata la gestione domiciliare dei pazienti in carico, continua e gestita in modalità multidisciplinare. O almeno questo si era iniziato a fare per molti decenni finché il percorso è stato sostenuto da leggi adeguate e da operatori motivati ed entusiasti. Poi, come spesso accade nei grandi processi riformatori, hanno ricominciato a prendere il sopravvento gli interessi economici dei mercanti della follia. Quelle stesse persone e imprese che avevano prima gestito le grandi strutture asilari private e il processo ha cominciato a rallentare anche il servizio pubblico modificandolo progressivamente, forse nel tentativo di snaturarlo prima per poi accantonarlo.

La riforma della salute mentale è scomparsa dai fari dei mass media, e quindi è stato cancellato il controllo democratico sulle buone pratiche. Poi si è anche ridotta l’attenzione dei movimenti di massa, degli studenti e, infine, dei giovani psichiatri. Questi ultimi sono tornati a riorientandosi verso approcci più organicisti e tradizionali, anche sulla spinta di un’università che non aveva mai veramente sostenuto il processo riformatore.

La psichiatria era stata affrontata con un approccio clinico sì, ma anche sociale. Ciò aveva consentito di tenere alta l’attenzione ai percorsi di recupero sociale, umano e lavorativo dei malati mentali e di mettere al centro del lavoro psichiatrico il recupero dei diritti civili negati e della loro dignità umana. Sempre ponendo la massima attenzione alla comprensione della grande sofferenza umana che ha sempre caratterizzato la malattia mentale, ora nuovamente considerata dai più come materia incomprensibile e attraversata da forme di violenza esplosiva.

Questa rinnovata ottica conservatrice ha praticamente smantellato quell’ambiziosa idea di riuscire a gestire la salute mentale all’interno della comunità civile, con strategie imperniate su programmi di riabilitazione, percorsi di cura individuali e integrazione sociale. Si è abbandonata così l’antica gestione tutta farmaci e ricoveri coatti. Ciò sta accadendo in tutto il mondo ma anche nel paese in cui era stata approvata e sostenuta la prima e più importante riforma, quello che ha chiuso i manicomi e che ha creato dal nulla la rete diffusa dei servizi ambulatoriali territoriali. Il paese che aveva sostituito i ricoveri nelle vecchie strutture asilari, più simili a lager o carceri, con ricoveri di breve durata in piccoli reparti in ospedali civili e collegati con i servizi dei territori di residenza dei pazienti, capaci di gestirli presso il loro domicilio, con diversi profili di operatori ben addestrati alle migliori pratiche.

L’Italia per oltre cinquant’anni è stata all’avanguardia nel mondo, riconosciuta come il paese con il migliore e più innovativo sistema di assistenza ai malati mentali. Oggi i dati ci mostrano un paese senza idee e senza più risorse da investire, diventato ormai ‘cenerentola’ in Europa, con poca attenzione al disagio psichiatrico.E pensare che la Francia è arrivata a destinare ai servizi di psichiatria il 13,9% del totale dei fondi complessivi per la sanità, la Germania e la Svezia sono diventati due tra i principali investitori, superando in modo significativo la media dei paesi europei. L’Europa si attesta su una media del 5,4%, e il nostro paese investe oggi ancora meno, siamo abbondantemente al di sotto del 3% contro un minimo del 5% indicato da tutte le leggi sanitarie.

Questi sono i dati presentati al Parlamento europeo e nessun parlamentare italiano se ne è vergognato. Anzi è stato quasi assunto come un dato del risanamento finanziario in corso. Cosa assurda perché nessuno ricorda che il precedente sistema costava molto di più di quello attuale, ma aveva il “vantaggio” di aprire ampi spazi ai “mercanti della follia”, che prosperavano in un sistema che richiedeva loro solo di custodire i malati mentali, che regolarmente gli affidava, consentendo loro di investire poco o nulla in progetti riabilitativi di qualità e soprattutto in programmi di addestramento e formazione al lavoro, ineludibili presupposti per un reale reinserimento. E che spreco di risorse umane e di intelligenze. Molti pazienti in questi anni di appassionato lavoro sono stati organizzati in cooperative capaci di costruire aziende agricole, artigianali, artistiche. Tutte hanno prodotto beni di mercato veri, che hanno consentito di superare il mero assistenzialismo e la logica di esclusione che circondava quelle persone. Abbiamo visto direttamente che era possibile farlo, lo abbiamo documentato e dimostrato, ma ora sembra quasi che sia stato tutto inutile. Forse la responsabilità va ricercata anche nella eccessiva politicizzazione che ha accompagnato la riforma, dovuta al fatto che solo una parte politica se ne è fatta carico. Altri l’hanno osteggiata con forza inseguendo i sentimenti di frustrazione di alcuni familiari disperati che, anche per questa sopravvenuta disattenzione amministrativa, non hanno più trovato quelle risposte adeguate che pure il SSN era perfettamente in grado di dare se sostenuto, ricominciando ad invocare collocazioni asilari di lunga durata.

“La strategia per la salute mentale lanciata di recente dalla Commissione europea, si concentra sulla prevenzione, sull’accesso alle cure e sul reinserimento nella società. È un esempio incoraggiante della crescente consapevolezza da parte di alcuni governi nazionali, di una parte del mondo accademico, dell’industria sanitaria e delle altre parti interessate della necessità di offrire un sostegno più completo per riuscire ad affrontare l’aumento senza precedenti dei problemi di salute mentale”. Lo ha affermato Jacopo Andreose, amministratore delegato di una grande casa farmaceutica, la Angelini Pharma, alla presentazione del report di cui era sponsor assieme European House – Ambrosetti “… ora siamo ansiosi di rafforzare il dialogo, il cambio di paradigma e la condivisione delle migliori pratiche in relazione a questo quadro più completo della salute mentale in Europa”.

Sono state queste le parole benauguranti venute non da un partito progressista o dalle organizzazioni del volontariato e sindacali, ma da una delle maggiori aziende farmaceutiche. Speriamo siano di buon auspicio per un cambio di percorso della politica e per ripristinare l’attenzione nel settore, consentendo finalmente la ripresa di quel meraviglioso viaggio di innovazione, umanità e sperimentazioni organizzative interrotto.


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