Alla Bocconi si progetta il Nuovo Ordine Mondiale

Spesso chi parla di nuovo ordine mondiale, o peggio ancora di grande Reset, viene messo di peso tra i complottisti terrapiattisti populisti no vax. In realtà chi fa queste accuse dimostra di ignorare ciò che sta accadendo a livello di governance mondiale. Ignora che la pandemia e la reazione ad essa, ha dato un impulso potente alla riorganizzazione delle istituzioni internazionali che ora puntano a obiettivi molto più ambiziosi rispetto al passato, con progetti che superano d’un balzo il raggio di azione degli Stati sempre meno sovrani. Un esempio di quanto l’establishment globalista si sia portato avanti con il lavoro viene dal summit del Think Tank 20, tenutosi presso l’università Bocconi di Milano a inizio ottobre.

 

Il summit, al quale hanno partecipato i dirigenti delle organizzazioni internazionali più importanti insieme a esponenti del mondo delle multinazionali, aveva lo scopo di offrire una bozza di lavoro per l’imminente G20 che si terrà in Italia a fine ottobre. La serie di interventi, molti dei quali da remoto, si è mossa intorno a tre punti fondamentali che minacciano la crescita globale: pandemie, trasformazione digitale ed emergenza climatica. Ad esse va risposto con un atto di volontà così radicale, da trasformare le relazioni del mondo in modo mai visto prima. In questo senso, diranno molti interventi, la pandemia è un game changer che rende fattibile ciò che fino a ieri era solo immaginabile.

L’apertura è col botto. Stimolato da un Mario Monti decisamente su di giri, qui in versione bravo intervistatore, il presidente emerito dell’università di Harvard Lawrence H. Summers è molto chiaro: “Dopo decenni di letargo, l’inflazione si sta risvegliando. Questo significa una cosa: il tempo delle politiche espansive delle banche centrali sta finendo, ritorna lo strumento della politica fiscale come strumento potente per regolare gli asset economici dei paesi. Dobbiamo prenderne atto.

In altre parole, si torna all’austerity.

Non ci poteva essere esordio migliore per Mario M. che gongola ricordando i tempi della sua politica deflattiva che quasi ammazzò l’Italia. Bisogna poi considerare attentamente le minacce globali alla sicurezza, ha proseguito Summers; il cambiamento climatico, la biodiversità in pericolo e le nuove pandemie. La chiave per prevenire queste minacce sono le riforme delle organizzazioni e delle istituzioni internazionali al fine di renderle più forti. Questa riforma però non può avvenire per piccoli passi ma può essere realizzata soltanto con un impulso forte e determinato. L’auspicio del presidente emerito di Harvard è che persone stimate e alle quali lui è personalmente legato da sincera amicizia, come il primo ministro italiano Mario Draghi, pronuncino una seconda dichiarazione whatever it takes, in modo che le organizzazioni internazionali siano uno strumento potente per il futuro.

L’intervento del segretario generale dell’Onu, Antonio Gutierres, ribadisce l’antifona. Il covid 19 ha dimostrato che i nostri sistemi e le nostre strutture non raggiungono gli scopi e hanno bisogno di un aggiornamento urgente, sostiene Gutierres. Attraverso le nuove tecnologie bisogna rendere più forti le capacità decisionali e rafforzare la coordinazione internazionale per fortificare l’aspirazione alla pace e alla salute globale. Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale con focus su debito, vaccini, clima, digitalizzazione e tecnologia. Il problema va affrontato con la global governance. Le parole che ricorreranno in quasi tutti gli interventi saranno crescita economica, cambiamento radicale, inclusività, clima, vaccini, sicurezza e naturalmente global governance. Nessuno invece parlerà di sovranità, democrazia, diritto al lavoro e libertà.

Luiz de Mello, direttore degli studi politici per il dipartimento di economia dell’OECD (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) riesce addirittura ad infilare tre parole magiche in una frase sola: for a stonger greener and more inclusive economic growth. Per De Mello la via dello sviluppo economico passa attraverso i vaccini. Si deve vaccinare tutto il mondo e per fare questo c’è bisogno di cooperazione perfetta a livello globale.

Per Patricia Espinosa, Executive Secretary UNFCCC (Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), è il momento delle scelte radicali a livello globale per affrontare il climate change e mandare un segnale forte per una transizione a un futuro low carbon. Non c’è più tempo per fare le cose con calma. Questo è il tempo dell’azione concreta.

Un altro argomento in comune dei relatori è la mancanza di tempo. Basta riflessioni, basta confronto, basta bla bla bla, questo è il momento dell’azione. L’obbiettivo è quello di trasformare un mondo multipolare in un sistema integrato. In quest’ottica la reazione al Covid diventa la cartina di tornasole per tutte le azioni future. Così come siamo riusciti a fermare il mondo per un anno con i lock down e poi a imporre i vaccini, riusciremo a forzare i cambiamenti necessari in tema ambientale e digitale. Impossible is nothing, ora che sappiamo cosa fare.

Domanda di un giornalista embedded: come bilanciare legittimità, rappresentanza ed efficacia nel governo mondiale delle crisi? Secondo Angel Gurria, altro presidente emerito della Harvard University, la risposta sono i summit dei G8 e dei G20. I Summit sono rappresentativi, legittimi e sono in gradi di compiere azioni efficaci. Le grandi organizzazioni internazionali, gruppi come Women 20, o Business 20, i cui vertici non sono stati eletti da nessuno, ma questo è un dettaglio che qui non interessa, possono prendere decisioni vincolanti per tutti. Il sistema si basa sul consenso tra i big. Se non ci fosse il G20 bisognerebbe inventarlo, conclude Gurria. In fondo è grazie al G20 se si stanno facendo progressi sul fronte del cambiamento climatico.

L’intervento centrale è stato quello di Kristalina Georgeva, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, il famigerato IMF.

La Georgeva segna col rosso tre rischi per la crescita mondiale:

1) Alcuni paesi crescono bene, altri molto meno per via di campagne vaccinali deficitarie. 

2) Inflazione. In alcuni paesi in via di sviluppo sta crescendo molto rapidamente, in altri di meno. I prezzi dei generi alimentari di base sono cresciuti del 30% rispetto al 2020 seguiti da quelli dell’energia. 

3) Debito pubblico. Anche qui ci sono differenze tra paesi ma in generale il debito sarà un problema nel 2022. 

Soluzioni?

La Georgeva ne snocciola tre:

1) Vaccinare il mondo. Almeno il 70% della popolazione di ogni paese deve essere vaccinata entro metà 2022. Senza vaccino niente crescita. 

2) Politica fiscale, leggi austerity, per i paesi troppo indebitati (come l’Italia). 

3) Accelerare al massimo le riforme per trasformare le economie: climate change, tecnological change (rivoluzione digitale), inclusion. Bisogna agire adesso con investimenti nella green economy per una transizione completa a breve termine e tassare il carbonfossile come se non ci fosse un domani. 

Perché, dice Kristalina Georgeva, ci saranno altri shocks pandemici e climatici.

Bisogna coordinare le azioni a livello globale in modo che l’integrazione delle politiche climatiche proceda spedita. Bisogna anticipare le prossime pandemie, essere preparati integrando le comunità sanitarie e finanziarie. La lotta contro il cambiamento climatico è un’opportunità irripetibile per attuare un cambiamento radicale del mondo. A tale scopo si deve dare ancora più forza alle organizzazioni internazionali come il WHO.

Siamo in un periodo di trasformazione. Purtroppo, tassando il carbonfossile si chiuderanno molti impianti e molte persone perderanno il lavoro.

La soluzione sarà una politica di sussidi a livello globale resa possibile da una delle trasformazioni più importanti che il presidente dell’IFM annuncia alla fine del suo intervento: il sistema monetario internazionale, il famoso digital money.Nell’epoca pre-Covid la digitalizzazione monetaria e la moneta digitale era un discorso futuristico.

Con la pandemia il futuro è adesso, chiosa la Georgeva. Si tratta della Central Bank digital Currency, la CBDC. Una moneta concepita per essere coordinata globalmente con validità in ogni Stato e convertibile in rapporto 1 a 1 con la moneta locale.

A questo proposito per realizzare il progetto CBDC è fondamentale che l’opinione pubblica creda nel denaro digitale centralizzato, dal momento che la validità di una moneta si fonda sulla fiducia, e giudichi negativamente il contante.

La moneta elettronica centralizzata potrebbe funzionare come la vecchia tessera annonaria della Seconda guerra mondiale. A ogni cittadino verrebbe accreditata mensilmente una certa somma da impiegare per acquistare prodotti alimentari, beni di consumo, pagare l’affitto e coprire i bisogni primari. Insomma, l’antico panem et circenses in versione contemporanea. Così come viene data, con un click, la moneta può essere tolta nel caso il cittadino infranga leggi o regolamenti o non si comporti secondo le regole sociali condivise. Dalla moneta centralizzata rimarrebbero esclusi gli acquisti di beni immobili come case e terreni, o beni di lusso che potrebbero essere comprati solo con una moneta diversa, il cui corso sarebbe legato all’oro o a un altro metallo pregiato. Va da sé che questa seconda moneta, più pregiata, non verrebbe distribuita ma sarebbe accessibile esclusivamente a chi potrebbe permettersela in virtù della sua posizione sociale. Con questa seconda moneta verrebbero retribuite le professioni alte, come dirigenti di multinazionali, ministri, alti funzionari.

Un punto su cui quasi tutti i relatori hanno insistito è la digitalizzazione, o rivoluzione tecnologica. Secondo Sharon Thorne, amministratrice delegata di Deloitte Global, una multinazionale specializzata in servizi finanziari e legali a livello internazionale, la digitalizzazione può peggiorare le diseguaglianze. Questo è stato evidente durante il lock down Covid dove chi è potuto passare al digitale operava soprattutto in settori specializzati e ad alto stipendio, due prerogative che hanno reso possibile il lavoro da casa. Per i lavori meno qualificati tuttavia, questo è stato molto più complicato. La soluzione sta nella parola reskilling, altro termine magico che nel neo-linguaggio globale rimpiazza l’antiquato “riqualificazione”. Siamo in reskilling emergency, annuncia l’amministratrice delegata della Deloitte Global. A gennaio 2020, prima del Covid, il World Economic Forum di Davos aveva annunciato che a livello globale, più di un miliardo di persone avrebbero dovuto essere riqualificate entro il 2030. La pandemia ha accelerato l’uso di tecnologia e la digitalizzazione. Oggi una cosa è certa, le tanto celebrate automazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale ridurranno la domanda di lavoro. La tecnologia rimpiazzerà molti lavori, probabilmente ne creerà anche di nuovi ma non si sa quanti né in quanto tempo, mentre le perdite sono certe fin da oggi. Le conclusioni di Sharon Thorne sono in vero stile brave new world: il lavoratore deve dimostrare capacità di adattamento e resilienza. E naturalmente inclusione. Una parola che qui acquista esattamente un valore semantico opposto dal momento che l’estinzione di milioni di posti di lavoro e le conseguenti sofferenze che causerà non include un bel niente ma esclude. Un esempio concreto c’è già. L’amministratore delegato della Volkswagen Herbert Diess, ha dichiarato recentemente che il passaggio alla produzione di veicoli elettrici comporterà la perdita secca di 30.000 posti di lavoro.

Non si ripeterà mai abbastanza che chi sta elaborando questi programmi che hanno l’ambizione di rimodellare il nostro futuro, non è stato eletto da nessuno, non risponde a nessuno se non ai suoi superiori, finanziatori o sponsor, ma è stato nominato in base a scelte operative ignote all’opinione pubblica, da una élite di alti dirigenti senza volto che hanno pescato tra un ristrettissimo numero di candidati prescelti. Il più grande cambiamento sociale della nostra epoca viene discusso nelle stanze chiuse di una manciata di organizzazioni internazionali e aziende multinazionali che si coordinano tra loro come delle cosche.

Persone che si sono auto incaricate di decidere i destini degli Stati senza avere ricevuto il mandato da nessuno, che agiscono sulla base di interessi torbidi, non dichiarati, ambigui ma sostengono di farlo per il bene dell’umanità. E chi non ci crede è un fascista. Qualcosa di simile accadeva nell’Ancien Régime di Luigi XVI, sappiamo come andò a finire.

 

FONTE

articolo per AFFARI ITALIANI di

EDOARDO LAUDISI, scrittore e traduttore


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