SOTTRAZIONI DI MINORI / L’AMBASCIATA A KIEV DORME

L’incredibile storia di un bimbo conteso tra un padre italiano e una madre ucraina: sentenze pronunciate e mai applicate, ministeri che se ne lavano le mani, ambasciatori e consoli pilateschi e alla fine del drammatico valzer una nazionalità che viene addirittura messa in dubbio. Una vicenda che più kafkiana non si può. Cerchiamo di sintetizzarla per flash.

E partiamo dal primo tassello base, ossia la sentenza pronunciata dal tribunale di Napoli il 2 gennaio 2020 e firmata dal presidente della prima sezione civile, Carlo Imperiali, affiancato da Carla Hubler e Angela Arena.

La sentenza “affida in via esclusiva il figlio minore Aldo (con immediato rientro del piccolo in Italia) al padre, con residenza privilegiata presso lo stesso, cui va assegnata la casa coniugale” e fa “obbligo alla madre di ricondurre il minore in Italia, stante l’illegittimo allontanamento del minore contro la volontà paterna e la necessità di attuare i provvedimenti e le statuizioni in relazione al minore stesso”.

A questo punto la sentenza viene notificata alla Corte Suprema dell’Ucraina, al tribunale di Zaporizhia (dove vive la madre) e all’Ambasciata italiana a Kiev.

Primo a prenderne atto è il tribunale di Zaporizhia, che seguendo quanto previsto dalla Convenzione dell’Aja, recepisce il contenuto della sentenza e ordina il rientro del piccolo Aldo C., che ha da poco compiuto i quattro anni (è nato a febbraio 2017) in Italia.

E qui comincia il Calvario. Perché uno degli attori della drammatica ‘sceneggiata’, il console italiano in Ucraina, tale Cristofori fa orecchie da mercante. Così come l’Ambasciatore italiano a Kiev, Pierfrancesco Zazo.

Al legale del padre di Aldo, l’avvocato Mara Cappelli, viene chiesto di produrre dei ‘pareri giuridici in tema di rientro dei minori dall’estero.

Ne fa predisporre due. Ma anche questo non basta.

Il ministero degli Affari esteri, dal canto suo, non fornisce alcuna spiegazione.

Viene coinvolta perfino l’Interpol, ma anche stavolta senza alcun esito.

Mara Cappelli bussa una, due, tre volte alle stesse porte, senza mai alcun esito concreto, in un estenuante palleggiamento delle responsabilità, uno autentico scaricabarile.

“Eppure – afferma Cappelli – non si tratta certo del primo caso con l’Ucraina, visto che il nostro è stato rubricato, per l’anno 2018, come caso numero 98”.

E continua: “Ho parlato personalmente con l’ambasciatore Zaro e poi inoltrato formale istanza per l’esecuzione della sentenza. Ma ancora una volta il problema viene rinviato, i mesi passano e tutto si ripercuote sul minore e sul suo benessere. Comincio daccapo tutto l’iter, invio di nuovo l’intera documentazione, e alla fine di tutto qual è stata l’ultima risposta che mi è arrivata dall’Ambasciata italiana di Kiev? Mi comunicano che il Ministero della Giustizia ucraino sostiene che Aldo è un cittadino ucraino e che per ogni rimostranza adesso ci si deve rivolgere a loro. Ma come? Sono quasi tre anni che siamo in contatto con l’Ambasciata perché il minore è italiano a tutti gli effetti, la stessa è in possesso di tutti i documenti, ed invece di farsi sentire e far valere un nostro semplice e chiaro diritto se ne lavano le mani e ci inviano una mail dicendo che se vogliamo far rimostranze dobbiamo rivolgerci al Ministero ucraino?”.

Ma non è l’ultima beffa. C’è posto sul podio anche per il nostro Ministero degli Affari esteri. Nuovamente investito della questione, edotto dalla risposta fornita dall’Ambasciata, cosa replica il dicastero guidato da Luigi Di Maio? Di domandare all’Ambasciata!

Un vero gioco delle tre carte. Nel frullatore finiscono i diritti di un minore al suo benessere, quelli di un genitore privato di suo figlio, una sentenza calpestata, una Convenzione dell’Aja ridicolizzata, trattati internazionali stracciati, e una Giustizia – quella vera – fatta a pezzi.


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