GIORNALISTI SCOMODI / QUELLE PISTOLE PUNTATE, IL J’ACCUSE DI CONCITA DE GREGORIO

Era ora. Finalmente un penna illustre, quella di Concita De Gregorio, oggi opinionista di Repubblica e per tre anni direttore dell’Unità, scrive un accorato fondo sulla libertà di informazione ormai calpestata nei tribunali di casa nostra, con sentenze a carico di giornalisti che hanno la sola colpa di cercare la verità e denunciare le magagne dei Palazzi. Intimidazioni da decine di migliaia di euro, vere e proprie “pistole puntate” sulla tempia.

Da anni e anni la Voce denuncia fatti e misfatti, partendo dalla sua vicenda della quale poi vi aggiorniamo.

Fatti praticamente ignorati dagli stessi media, ed unicamente seguiti e denunciati dalla piccola ma battagliera associazione, “Ossigeno per l’Informazione”, fondata una dozzina d’anni fa da Alberto Spampinato (fratello di Giovanni, ucciso dalla mafia) per monitorare la drammatica situazione non solo di minacce e violenze fisiche spesso di stampo mafioso, ma anche a botte di intimidazioni via “legge”. Una voce nel deserto, con un sindacato che si contenta di un convegno ogni tanto, parole lanciate al vento.

EDITORI FUGGIASCHI

La vicenda di De Gregorio si inserisce nella tormentata story del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, diretto per tre anni, dal 2008 al 2011, chiamata su quella poltrona dall’imprenditore sardo targato PD Renato Soru. Man mano la casa editrice si è andata sciogliendo, fino a sparire; mentre lei, Concita, è rimasta con il cerino in mano, dovendo fronteggiare personalmente le decine e decine di cause, soprattutto civili, piovute nel frattempo sul giornale.

Alberto Spampinato. Sopra Concita De Gregorio

La preistorica legge fascistoide sulla stampa, infatti, prevede che siano il direttore e il giornalista a rispondere “in solido” con l’editore: ma se quest’ultimo si dilegua e scappa, ecco che il politico o il faccendiere di turno bussa a soldi a casa degli altri due, che ovviamente non possiedono fiumi di danari e anzi spesso sono al verde.

Alla fine del valzer, l’ufficiale giudiziario incaricato di eseguire i pignoramenti ha bussato decine di volte a casa di Concita, recapitandole regolari sbalorditive richieste di risarcimento danni. Così come parecchi giornalisti hanno saputo di essere stati condannati solo quando hanno ricevuto la sentenza con tanto di importo da pagare.

Denuncia l’ex direttore dell’Unità: “Dal 2011 ho affrontato in tribunale centinaia di udienze e pagato, in attesa di giudizio, somme dovute dall’editore, cessato. L’editore, Nie, infatti non c’è più. Se anche facessi, come dovrei, azione di rivalsa non troverei nessuno. Chi ha intentato causa e pignorato si chiama Silvio o Paolo Berlusconi, generale Mori, Angelucci, Mediaset”.

Non c’è più bisogno di minacciare con una pistola in pugno, oggi, non è necessario eliminare fisicamente il giornalista scomodo di turno. Basta fargli causa, meglio se civile, perchè così si va subito a monetizzare, dritti al sodo.

Spiega De Gregorio: “Minaccia economica. Subdola, invisibile. Non toglie la vita, toglie quello che serve per vivere. Il potere ha dalla sua una legge di settant’anni fa. 1948. Consente a chi ha più soldi di minacciare chi ne ha meno: ti tolgo tutto, poi vediamo se hai ancora voglia di parlare. Quando un giornale fa il suo lavoro il potere prova a zittirlo. Primo: querela per diffamazione. Hai detto di me il falso, ti querelo. La querela è penale, personale: si può querelare solo chi ha scritto la cosa. Il tribunale accerta e chi ha sbagliato paga. Secondo modo: causa civile per risarcimento danni. Questa si può esercitare anche verso chi ha responsabilità ‘oggettive’. (…) Chi ha molto potere usa come minaccia le azioni civili. Fa continuamente causa a chi gli dà fastidio. Lo fa anche se sa di avere torto, anzi, soprattutto. Si dicono azioni ‘temerarie’”.

Continua Concita: “I soldi sono pignorati in attesa del giudizio definitivo: cioè, intanto ti congelo la somma, poi aspettiamo di vedere chi ha ragione. Possono passare dieci, vent’anni. Un sistema che dissuade il giornalista dal ‘raccontare i fatti a ogni costo’”.

LE NOSTRE CITAZIONI MILIARDARIE

Nel corso delle pubblicazioni dal 1984 al 2014 la Voce ha subìto decine e decine di attacchi. Da camorristi e faccendieri, politici di grido e colletti bianchi. Storici gli strali partiti da Paolo Cirino Pomicino, che per il libro ‘O Ministro arrivò a chiedere, “civilmente”, 10 miliardi di lire (eravamo nel 1991) come risarcimento danni. Altre citazioni miliardarie vennero avanzate dalla sua impresa del cuore, ICLA, l’acchiappattutto nel dopo terremoto e finita nel mirino di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per i primissimi lavori del TAV.

Paolo Cirino Pomicino

Un mix di citazioni e querele da parte di Francesco De Lorenzo, sia per articoli della Voce che per l’altro volume, “Sua Sanità”: una citazione talmente rapida, con richiesta di sequesto, prima ancora che il volume uscisse in libreria. Per questo motivo lo citammo, a nostra volta, per ricettazione, essendo entrato in possesso delle bozze in modo quanto meno “anomalo”.

Pioggia di carte bollate anche dai re degli emoderivati e grandi amici di Sua Sanità, Guelfo Marcucci e figli: Paolo è oggi al timone della corazzata Kedrion, mentre Andrea Marcucci è il capogruppo del Pd al Senato dopo gli esordi sotto le protettive ali del Pli griffato Renato Altissimo e Francesco De Lorenzo.

Attacchi anche di stampo fascista. Il primato di querele e citazioni spetta di diritto a Roberto Fiore, stizzito per le inchieste della Voce che per la prima volta in Italia (a precederci solo un settimanale inglese specializzato nella caccia ai nazi, Searchlight) faceva luce sulle sue acrobazie finanziarie a Londra, dove era fuggito per non scontare una condanna a nove anni per tentata strage. Non ha fatto mancare la sua querela anche Alessandra Mussolini, un tempo molto vicina al Fiore nero.

Decine e decine le pistole puntate da lorsignori – quelli che avevano palate di miliardi prima e di milioni poi a disposizione, e avvocati di grido al servizio – contro di noi.

Annita Zinni di Italia dei Valori e Antonio Di Pietro

Ma ad infliggerci il colpo fatale è stato il pm che per anni gli italiani hanno acclamato come il “Salvatore”, Antonio Di Pietro. Abbiamo avuto la colpa di alzare il velo sui suoi altarini economici, su quel tesoro accumulato da pm e poi confluito nello scrigno di Antocri, la sigla che custodiva tanti possedimenti immobiliari. La prima denuncia, su quel fronte, era arrivata da Elio Veltri, co-fondatore dell’Italia dei Valori. E il primo a scriverne fu Oliviero Beha che nel suo “Italiopoli” radiografava Antocri e le sue acrobazie. Nel mese in cui usciva usciva Italiopoli, la Voce pubblicava la sua inchiesta e Laura Maragnani un reportage per Panorama.

Ma tutto è deflagrato solo anni dopo, con il servizio del Report di Milena Gabanelli che ha ridotto in cenere sia l’Italia dei Valori che il suo mitico fondatore, Di Pietro.

Non ebbe il coraggio, però, l’ex pm di citarci di persona in via civile. Lo fece attraverso una sua grande amica di Sulmona, Annita Zinni, della quale aveva scritto sulla Voce Alberico Giostra – un giornalista Rai – a proposito della rocambolesca maturità di Cristiano Di Pietro, il geniale rampollo del pm. L’articolo, infatti, era dedicato alla figura di Cristiano, e solo una ventina di righe riguardavano la maestrina sulmonese.

In seguito Giostra pubblicherà un volume tutto dedicato al pm – “il Tribuno” – che non verrà mai sfiorato da una querela o una citazione, come del resto l’articolo “incriminato”: strano ma vero, querelati solo il direttore della Voce e l’editrice.

Cosa lamenta la maestrina che nessuno conosce se non nel paese dei confetti? Di aver subìto un gravissimo danno morale, psicologico, di relazione sociale per via del nostro articolo. E spara una cifra da 45 mila mila euro come richiesta di risarcimento. Senza battere un ciglio, affidando la consulenza tecnica ad una psicologa amica della Zinni, senza cercare alcun riscontro, il giudice di Sulmona raddoppia!

Alberico Giostra

Ci condanna, cioè, a 90 mila euro, vero record per una piccola testata autogestita come la Voce, che purtroppo non diffonde quanto l’Espresso o Repubblica. Abbiamo “osato” porre la nostra vicenda all’attenzione del CSM e del Procuratore Generale della Cassazione. In tutto cambio lo stesso Marasca ci ha citati civilmente (arieccoci alle citazioni) sentendosi toccato nell’onore solo per aver ricostruito minuziosamente, tassello per tassello, la story giudiziaria del caso.

Nel frattempo il conto corrente dell’editrice e quello personale del direttore sono stati bloccati. Non abbiamo avuto più il becco di un euro, oltre che per vivere, anche per continuare nella pubblicazione cartacea della Voce. Un totale deserto intorno a noi.

Abbiamo atteso una sentenza d’Appello ormai inutile, perchè il colpo mortale aveva prodotto le sue conseguenze. Ed è arrivata dopo quasi 5 anni e dopo le nostre sollecitazioni, per una delle quali abbiamo anche avuto una multa da 1000 euro, solo per aveva “disturbato” le toghe dell’Appello.

La sentenza è di fine 2018. A firmarla, il giudice Giuseppe Iannaccone, all’epoca presidente facente funzione della Corte d’Appello a L’Aquila e oggi titolare dell’ufficio. Il figlio, Adriano Iannaccone, dipietrista doc, lavorava presso lo studio legale pescarese “Liberati Tittaferrante e Associati”, i cui contenziosi sono stati spesso trattati dalla Corte d’Appello presieduta da Iannaccone padre.

Un’aula della Corte d’appello a L’Aquila.

Il giudice Iannaccone conferma in toto la sentenza di primo grado, sottoscrivendo le motivazioni del tutto campate per aria già firmate dal giudice di Sulmona. Per fare un solo esempio: abbiamo documentato, anche attraverso dei filmati You Tube, in quei mesi ha preso parte a svariati confronti politici e non ha certo subìto devastanti danni piscologici, morali e di relazione sociale. Esattamente il contrario: tanto che nei mesi seguenti alla pubblicazione dell’articolo “ansiogeno” ha fatto rapida carriera politica, passando in pratica da “segretaria” di Italia dei Valori a segretario provinciale del partito: un bel salto che però la maestrina – e il giudice – dimenticano.

Stranamente, pur confermando tutto l’impianto accusatorio, il presidente della corte d’Appello praticamente dimezza la cifra del risarcimento, che cala a 55 mila euro. Ma la roulette della giustizia di casa nostra fa sempre 90, visto che alla cifra si aggiungono 10 mila euro di spese legali e una ventina per interessi accumulati.

“Questa storia non riguarda me, riguarda voi – scrive nel suo fondo del 10 febbraio Concita De Gregorio – servono sei minuti di attenzione che sono molti. Vi chiedo di rischiare”.

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