GIUSTIZIA ALLO SFASCIO / TANTI MISTERI SOTTO L’ALBERO, BUCHI NERI & DEPISTAGGI DI STATO

“Stiamo sconfiggendo le mafie”, proclama il vicepremier e inquilino del Viminale Matteo Salvini. “Presto luce su tutti i misteri italiani”, promette l’altro vice e titolare dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio. Mentre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ad ogni festività ripete come un ritornello che “la giustizia e lo Stato vincono sempre contro tutte le criminalità”.

Tre voci del tutto stonate. Meglio il silenzio. Un doveroso silenzio perchè le mafie sono ancor più potenti di prima, i buchi neri della nostra storia sono ancora tutti lì da svelare, i despistaggi e le complicità istituzionali sono al massimo livello storico. Peggio di così non si può: ma secondo lorsignori tutto e rose e fiori. Vergogna.

Vediamo allora, in rapida sintesi, alcuni tra i misteri bollenti che ci ritroviamo sotto l’albero e che la magistratura è ben lontana dal risolvere. E soprattutto ben poco intenzionata a farlo.

SARA’ ARCHIVIAZIONE PER ILARIA E MIRAN ?

Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Nel montaggio in alto Ilaria Alpi e Paolo Borsellino

Partiamo dal caso Alpi, perchè il tragico assassinio dei due giornalisti italiani, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, racchiude in sé tutte le patologie del nostro sistema non solo – evidentemente – giudiziario, ma anche politico e morale. In grado di rappresentare, da solo, lo stato di degrado al quale siamo arrivati. Nel silenzio (anche mediatico) più totale.

Si è in attesa della decisione del gup di Roma, Andrea Fanelli, che si deve pronunciare sull’ennesima richiesta di archiviazione avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola e controfirmata (il che è tutto dire) dal procuratore capo Giuseppe Pignatone.

Tutto ciò, nonostante la sentenza del tribunale di Perugia un anno e mezzo abbia scagionato il presunto colpevole, Hashi Omar Assan, che si è fatto 16 anni di galera, e poi è stato dichiarato completamente estraneo alla vicenda.

In quella sentenza Perugia ha messo nero su bianco il “depistaggio di Stato”, perchè l’unico testimone dell’accusa, Ali Rage, alias Gelle, era stato taroccato, come ha scoperto la giornalista di “Chi l’ha vistoChiara Cazzaniga. La sentenza perugina ricostruisce per filo e per segno non solo il taroccamento del teste, ma anche le fasi che hanno caratterizzato la sua permanenza a Roma, protetto dalla politzia di Stato, e la fuga prima in Germania e poi in Inghilterra. In qualche modo Perugia ha spalancato la strada a Roma per individuare killer e mandanti del duplice omidicio. Ma per la procura capitolina, chissenefrega.

Così se ne frega, il ritornato “porto delle nebbie” romano, di portare luce definitiva sul caso Moro. Ora ci sono tutti gli elementi per farlo, anche i materiali raccolti (pur non strepitosi) della commissione presieduta dall’ex pd Beppe Fioroni. E, soprattutto, c’è la schiacciante testimonianza di Steve Pieczenick, come hanno raccontato, ben dieci anni fa, Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato nel loro splendido “Doveva Morire”. Il super 007 inviato da Henry Kissinger, infatti, organizzò i lavori del Comitato di crisi (composto praticamente da soli piduisti) e riuscì a far in modo – con l’avallo dei pezzi da novanta della Dc, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga in prima linea – che il leader del compromesso storico non uscisse vivo della galera delle Bierre, utile strumento per cambiare i destini del nostro martoriato Paese.

NUOVE TRACCE DI DNA PER IL GIALLO PASOLINI

Sempre a Roma, due anni fa il legale della famiglia di Pier Paolo Pasolini, Stefano Maccioni, ha chiesto la riapertura del caso. Basandosi su un inoppugnabile nuovo test del Dna, che ha permesso di stabilire almeno un’altra presenza (se non due) sul luogo del delitto oltre a quelle del grande regista e di Pino Pelosi.

In aggiunta, si sono ben dettagliati i contorni del delitto: Pasolini, nelle pagine di Petrolio, stava lanciando un pesantissimo j’accuse nei confronti di Eugenio Cefis (l’allora numero una della “Razza padrona”, il sella alla presidenza dell’Eni) per l’assassinio del suo predecessore, quell’Enrico Mattei che stava aprendo (un po’ come Moro sul versante politico) ai paesi nordafricani sul fronte petrolifero. E anche in quel caso gli Usa – e soprattutto le famigerate “7 sorelle” dell’oro nero – non potevano sopportare una situazione simile nel cuore dell’Europa.

Pier Paolo Pasolini

Dalle pagine di Petrolio è sparito un intero capitolo (mentre resta comunque quello titolato “Lampi sull’Eni”). Da rammentare anche il collegato omicidio del giornalista dell’Ora di Palermo Mauro De Mauro, che stava lavorando alla sceneggiatura del film di Francesco Rosi, “Il caso Mattei”.

Siamo sempre nel porto capitolino delle nebbie. Che ormai ha deciso di mettere una definitiva croce sul caso di Emanuela Orlandi e Mariella Gregori, le due ragazze scomparse e per le quali si era sperato in un “miracolo” dopo il ritrovamento di ossa nella zona di Sant’Apollinare, in Vaticano. Niente, ancora una volta il buio più assoluto.

Come mai la Procura di Roma se ne è altamente fregata della notizia da novanta di circa un anno fa, ossia il ritrovamento, tra i documenti custoditi nella super cassaforte vaticana, di un dossier su Emanuela Orlandi? Vi erano contenuti, fra le altre cose, dei carteggi attestanti (ad esempio, una lista delle spese sostenute) la presenza di Emanuela, per almeno un anno, in un istituto di assistenza a Londra: vuol dire che all’epoca la ragazza era ben viva e vegeta. Come mai in Vaticano non hanno pensato bene di restituire la figlia ai genitori? Quale oscuro disegno perseguivano? E soprattutto: come mai la procura di Roma se ne è altamente fregata di indagare su quelle carte, su quel misterioso soggiorno londinese? Omertà, complicità o cosa?

UN DEPISTAGGIO CHE PIU’ ISTITUZIONALE NON SI PUO’

Ma eccoci ad un altro giallo da brividi, dove ormai si parla di chiaro “Depistaggio di Stato”. Si tratta della strage di via D’Amelio, una tragica vicenda che presenta molti lati in comune con il caso Alpi.

Emanuela Orlandi e Mirella Gregori

Un teste taroccato anche in questa tragica sceneggiata, Vincenzo Scarantino, la cui unica testimonianza ha aperto le porte della galera a 7 mafiosi che però non c’entravano niente con l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta. Ci sono voluti 16 anni per scoprirlo e perchè – finalmente – si cominciasse a parlare di depistaggio di Stato. Dopo i processi Borsellino (dal primo fino al quater) ora va appunto in scena quello sul depistaggio: ma alla sbarra ci sono soltanto tre poliziotti, ossia coloro i quali hanno “addestrato” il falso pentito Scarantino. Ma i mandanti? Secondo gli ennesimi inquirenti, ce ne sarebbe uno solo, ossia l’allora capo della squadra mobile di Palermo Augusto La Barbera: il quale, però, ora non può difendersi, essendo passato a miglior vita nel 2002.

La tenace figlia di Borsellino, Fiammetta, da mesi e mesi punta l’indice verso quei magistrati che hanno subito seguito il caso, istruito il primo processo Borsellino e utilizzato senza pensarci su due volte il pentito Scarantino, nonostante un magistrato che di mafia se ne intende, Ilda Boccassini, li avesse diffidati dal farlo: quel pentito, Scarantino, non è affidabile, non è assolutamente credibile, diceva e scriveva, nero su bianco, la Boccassini. Ma niente: i tre giudici che si occupavano del caso (Anna Maria Palma, Carmelo Petralia, e dopo alcuni mesi dall’inizio delle indagini anche Nino Di Matteo) non se ne sono minimamente fregati di quel consiglio e sono andati avanti su quella pista: Scarantino era un vero oracolo e dalla sua bocca sgorgavano solo parole di verità.

Cosa succederà ora al processo sul depistaggio? Si può sperare che i “veri” personaggi collusi o contigui con quel depistaggio vengano giudiziariamente alla luce?

A BOTTE DI ANOMALIE

Passiamo in Toscana ed eccoci al mistero sulla morte – secondo la Voce un chiaro omidicio – di David Rossi, il responsabile delle comunicazioni per il Monte dei Paschi di Siena volato giù cinque anni fa dal quarto piano di Palazzo Salimbeni. Nonostante una mole di prove che documentano la più che evidente pista dell’omicidio, la procura di Siena ha chiesto l’archiviazione del caso.

David Rossi

La famiglia Rossi per due volte ha chiesto che venisse riaperto, basandosi soprattutto sulle perizie che parlano chiaro: quella grafologica per attestatare lo stato di coercizione in cui si trovava David nello scrivere i suoi tre ultimi messaggi alla moglie; medica, tesa a documentare le tante ferite sul corpo della vittima e i segni di palese trascinamento; dinamica, perchè il tipo di caduta non è compatibile con l’ipotesi di suicidio.

Ancora: ci sono delle mail – inviate all’allora vertice di Mps Fabrizio Viola – che provano come David avesse intenzione di “vuotare il sacco” davanti ai pm. Nonostante tale mole di elementi, la procura di Siena non vuol vedere, non vuol sentire e archivia. Saranno adesso i magistrati della procura di Genova a riprendere il filo delle indagini mai (o mal) fatte e soprattutto ad indagare su tutte le anomalie che hanno caratterizzato l’inchiesta senese.

E di anomalie è zeppo il giallo di Marco Pantani. Ben cento e passa, secondo l’avvocato Antonio De Rensis, per anni legale della famiglia del campione di ciclismo. Si riferisce alla morte – o meglio all’omicidio – nel residence di Le Rose a Rimini: una scena del delitto che parla da sola, mobili distrutti, letto squarciato, la presenza di oggetti che non appartenevano a Marco (due giubbotti di pelle, addirittura l’involucro di un gelato Algida), segni di ferite sul corpo, anche qui segni di trascinamento. Ma nonostante tutto questo, la procura di Forlì manda tutto in naftalina. E la Cassazione, due anni fa, fa lo stesso e archivia.

Resta in piedi l’inchiesta sulle scommesse della comorra in occasione del Giro d’Italia del 1999, che vide il nostro campione fermato a Madonna di Campiglio. La stessa procura di Forlì raccoglie una mole di prove e le verbalizzazioni di alcuni pentiti che parlano chiaramente di Giro truccato per le scommesse e di test ematici taroccati dall’equipe medica, “convinta” da alcuni emissari della camorra. Chissenefrega, per la procura di Forlì, secondo cui non ci sono prove evidenti della combine.

L’avvocato De Renzis, due anni e mezzo fa, chiede la riapertura delle indagini alla procura di Napoli, che tra l’altro aveva già fatto verbalizzare diversi pentiti che ne sapevano sulle combine di camorra. Ma da agosto 2016 il fascicolo Pantani giace sulla scrivania di Antonella Serio, la pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. E non si hanno notizie.

STRAGI SENZA COLPEVOLI 

Sul fronte delle stragi è sempre notte fonda, alla faccia delle promesse dei vari Capi di Stato (e premier) alternatisi sui loro scranni negli ultimi anni.

Buio ancora totale su Ustica, dove solo qualche settimana fa lo Stato ha deciso di risarcire con circa 200 milioni di euro la compagnia aerea Itavia: che però è fallita qualche mese dopo la tragedia. Una beffa nella beffa. I colpevoli della tragedia? Mai. I mandanti italiani o stranieri? Un muro di gomma.

Nonostante lo scenario sia ben chiaro, come ha illustrato un drammatico docufilm della tivvù francese due anni fa (e la Voce ne abbia scritto quasi 25 anni fa intervistando il parlamentare socialista Franco Piro): il missile (altro che bomba nel velivolo o carenze strutturali) che ha colpito il nostro DC9 con 81 passeggeri a bordo è partito da una portaerei francese, con ogni probabilità la Clemanceau. Come mai quelle rogatorie non sono andate mai in porto?

Sandro Provvisionato

Come niente è andato in porto per la tragedia del Moby Prince, ancora oggi senza autori. Nonostante un anno fa una commissione d’inchiesta abbia fornito utili elementi per trovare il bandolo della matassa e sia ormai noto che quella notte non era nebbiosa e, invece, fervevano nell’area portuale di Livorno sbarchi e imbarchi di armi appena finita la guerra d’aggressione Usa in Iraq.

Incredibili, poi, gli esiti finali della prima grande strage di casa nostra: quella di piazza Fontana che inaugurò la strategia della tensione. Ne abbiamo scritto qualche giorno fa, circa la babele dei drammatici processi in tutti i gradi. Ebbene, era stato il primo processo ad individuare i veri colpevoli, i nazifascisti che ruotavano intorno al tandem nero Freda-Ventura. Se ne ha conferma nell’ultima sentenza, secondo la quale, però, non è più possibile condannarli perchè, per quello stesso reato, sono stati già processati e assolti. Una volta che si scoprono i veri colpevoli subito, cioè, tutto a puttane. Così va la giustizia di casa nostra.

E oggi, alla vigilia di Natale, il capo Mattarella brinda alla giustizia che arriva sempre. Si richiama alla strage di Bologna e a quella strategia della tensione. Ha già bevuto troppo champagne?

P.S. Non abbiamo scritto di tanti altri tragici casi, una scia di sangue e di laceranti ingiustizie che ci trasciniamo dietro da anni e decenni (Cucchi, Regeni, Cervi, Mollicone per fare solo alcuni nomi). Nella nostra sezione misteri potete trovarne le storie. Ed è la volta di ricordare il grande impegno civile, su questo fronte, di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, autori di libri che restano nella storia. E per Sandro anche il mitico sito “Misteri d’Italia”: che non deve e non può morire.


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