STATI UNITI & COVID / GIU’ LE MASCHERINE

Stati Uniti, è guerra sul fronte delle mascherine.

Al centro di una maxi singolar tenzone c’è CDC, acronimo di Center for Desease Control, il potente organismo che supervisiona tutte le attività sul fronte delle malattie infettive, spesso e volentieri entrato in polemica con il capo della Casa Bianca Donald Trump e il super virologo presidenziale Anthony Fauci.

Una guerra intestina che vede da un lato il direttore nominato nel 2018, Robert Ray Redfield junior, anche al vertice della “Agency for Toxic Substances and Desease Register”; e dall’altro l’equipe scientifica dello stesso Center che ha appena elaborato un corposo rapporto sull’importanza dei vaccini e delle mascherine per combattere il coronavirus.

Robert Ray Redfield

In sintesi, Redfield ha sempre sostenuto e sostiene l’uso delle mascherine, ritenuto anche più strategico del vaccino; mentre secondo i ricercatori del CDC l’utilizzo delle stesse mascherine serve a poco, ed è praticamente inefficace per contrastare la propagazione del virus.

Uno scontro, come si vede, frontale, tale da lasciar sgomenti e ora profondamente incerti molti americani.

Ma vediamo, più in dettaglio, i termini del conflitto.

 

LE GRANITICHE CERTEZZE DI REDFIELD

14 luglio 2020. Nel corso di una conferenza stampa Redfield mette in guardia gli americani: il prossimo inverno potrà essere uno dei più difficili di sempre per la salute pubblica. “Se tutti indossiamo la mascherina per le prossime dieci, dodici settimane, possiamo mantenere l’epidemia sotto controllo”.

19 settembre 2020. Il capo del CDC torna alla carica in un intervento al Senato e arriva ad affermare che l’uso della mascherina è più importante dello stesso vaccino. Ecco le sue parole: “Abbiamo prove scientifiche sul fatto che funzionano, potrei spingermi a dire che la mascherina mi offre una garanzia maggiore contro il Covid del vaccino, perché l’immunogenecità è al 70 per cento e io potrei non avere una risposta immune”. In questo caso – spiega – “il vaccino non ci proteggerebbe, mentre la mascherina sì”. Siamo a cavallo.

Ancora: “Queste mascherine sono il più importante, potente mezzo di sanità pubblica che abbiamo e io continuerò a esortare gli americani ad adottarle: se lo facciamo per dieci, dodici settimane metteremo la pandemia sotto controllo”. Dopo due mesi, l’arco temporale (dieci, dodici settimane) rimane inalterato.

Rammentiamo subito ai lettori che Redfield è un virologo, laureato (e poi docente) alla Georgetown University e specializzato alla Columbia. Ma sul suo sontuoso pedigree e sui suoi “precedenti” scientifici torneremo più avanti.

Passiamo sull’altro versante, ossia la ricerca cominciata a fine giugno e portata avanti a luglio ed agosto, e resa nota pochi giorni fa, praticamente in contemporanea con le apodittiche affermazioni del capo CDC davanti ai senatori statunitensi.

Ecco cosa scrive il reporter a stelle e strisce Jordan Davidson: “Un rapporto del Center for Desease Control pubblicato a settembre mostra che maschere e rivestimenti per il viso non sono efficaci per prevenire la diffusione di Covid 19, anche per quelle persone che le indossano costantemente”.

Continua Davidson: “Uno studio del CDC ha rilevato che quando hanno confrontato 154 ‘casi-pazienti’, risultati positivi per Covid 19, con un gruppo di controllo di 160 partecipanti della stessa struttura sanitaria che erano sintomatici ma risultati negativi, oltre il 70 per cento dei casi-paziente è stato contaminato dal virus e si è ammalato nonostante indossasse ‘sempre’ una maschera. Inoltre, il 14 per cento dei casi-paziente ha dichiarato di indossare ‘spesso’ una copertura per il viso ed essere ancora infettato dal virus. Lo studio dimostra che anche meno del 4 per cento dei pazienti si è ammalato del virus anche se non hanno mai indossato una maschera o una copertura per il viso”.

Una ‘diagnosi’ che non lascia spazio agli equivoci e fa letteralmente a pugni con le dichiarazioni del capo CDC.

Ma chi è, in realtà Redfield? Tracciamone un breve identikit.

 

REDFIELD CHI ?

Dopo gli allori universitari, il super virologo ha scoperto in sé anche una vocazione militare, tanto da continuare i suoi studi come ufficiale medico della US Army, presso il Walter Reed Army Medical Center, specializzandosi anche in malattie tropicali.

Nel 1992 è finito sotto i riflettori del Dipartimento della Difesa per aver sottovalutato, malrappresenato e in sostanza nascosto gli effetti collaterali di un vaccino sperimentale contro l’HIV. Le ricerche erano state portate avanti da una compagnia privata, MicroGeneSys, che aveva usufruito di 20 milioni di dollari stanziati dal Senato.

Nel 1993 un’altra tegola. Viene accusato dagli investigatori federali di una “inappropriata”, stretta relazione con un gruppo non governativo, “Americans for a Sound Aids/Hiv Policy”, che aveva promosso una campagna per l’uso del vaccino gp 160. Il gruppo – fondato dai cristiani evangelici – invocava l’astinenza sessuale prematrimoniale e sosteneva la tesi della vendetta celeste contro gli omosessuali, rei di aver infettato il mondo.

Rachel Maddow

Passiamo agli ultimi due anni, contrassegnati dall’ascesa al vertice del CDC, nel 2018.

Si autoassegna un appannaggio non da poco, 375 mila dollari all’anno. E solo dopo forti polemiche è costretto a riportarlo al livello del suo predecessore, Tom Frieden, e cioè a quota 220 mila dollari.

Ma gli esordi nella battaglia per affrontare il coronavirus, a febbraio 2020, non sono certo dei più incoraggianti. Fortissime le polemiche per la malagestione e il malfunzionamento dei primi test: e c’è voluto quasi un mese per correggere tutti gli errori commessi e rimettere in sesto la macchina tecnico-organizzativa.

Non basta, perché successive investigazioni condotte dalla Food and Drug Administration e dal Dipartimento per la Salute e i Servizi sociali hanno accertato che il CDC aveva violato i protocolli nello sviluppare quei test clamorosamente sbagliati. A marzo lo stesso Redfield viene chiamato a testimoniare davanti al Congresso statunitense: non ne esce bene, ma riesce a restare in sella.

Arriviamo ai giorni nostri. Il 22 settembre scorso la reporter d’inchiesta Rachel Maddow scopre una brutta storia che però – guarda caso – non viene ripresa dai grandi media.

 

LA PASSIONE PER I MAIALI CINESI

Ecco di cosa si tratta. Un team di investigatori del CDN ha ricevuto l’incarico di effettuare dei controlli su una grossa società che commercializza carni di suino preconfezionate: è la Smithfield Food Inc., specializzata nel “meatpackaging”, quartier generale in Virginia. I risultati non sono positivi e a questo punto Redfield chiede alla sua equipe di “ammorbidire” il rapporto, soprattutto per quanto riguarda la salute dei dipendenti negli ambienti di lavoro. In modo tale che la società non abbia problemi, in seguito, con la poco malleabile FDA.

Maddow scopre la tresca, la denuncia con la sua televisione, ma la cosa viene silenziata.

Sapete a chi appartiene la star del trade di maiale americano?

Al colosso cinese WH Group, meglio conosciuto come SHUANGUI Group, il più grosso produttore di carne in Cina, che sette anni fa ha acquistato Smithfield.

A questo punto sorge spontanea la domanda: perché la Food and Drug Administration, che già conosce bene il “curriculum” di Redfield, non punta i riflettori sui rapporti tra il capo del CDA e i vertici di WH Group? Ha provveduto a far “correggere” il report, Redfield, solo per simpatia verso i cinesi?


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