GERMANIA – ACHTUNG DERIVATI

“Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il PIL Mondiale”. Questo il titolo che l’autorevolissimo Il Sole 24 ore, a firma Antonella Olivieri, ha recentemente pubblicato. 33 volte il PIL mondiale vuol dire 2,2 milioni di miliardi di euro, oppure, se volete, 2.200 trilioni di euro.

Che, essendo 33 volte il PIL mondiale, significa che questi strani “derivati” sono equivalenti a tutta l’attività umana del pianeta nel corso degli ultimi 33 anni. Cosa siano questi “derivati” è presto detto: sono dei pezzi di carta, chiamati titoli, che rappresentano l’ultimo grido in materia finanziaria. Ultimo grido è la parola giusta, perché adesso si comincia a gridare spaventati di quello che potrebbe succedere, come appunto dice Il Sole24ore. C’è solo da sperare che il grido non sia davvero l’ultimo.

Il fatto è che questa immensa massa di denaro, diciamo virtuale, si trova sul “Mercato” e pretende di essere valorizzata. Senza esagerare facciamo due calcoli: a un tasso d’interesse minimo del 2% i possessori di questa massa di denaro dovrebbero ricevere, sotto forma d’interessi, circa il 2/3 dl PIL mondiale di quest’anno. E questo dovrebbe ripetersi per i prossimi 33 anni. Insomma scopriamo di essere tutti mostruosamente indebitati per il resto delle nostre vite, nei confronti dei possessori di questi “derivati”.

Ma chi sono questi “possessori”? Le banche. Non tutte nello stesso modo, cioè nelle stesse quantità, ma sono proprio le banche. Secondo i dati forniti dalla Olivieri, che a sua volta usa quelli forniti da R&S Mediobanca, le prime 27 banche europee ne hanno, tutte insieme, per 283 trilioni (ovvero 283 mila miliardi di euro). Vediamo la classifica delle prime tre e cominceremo a capire meglio ciò che succede, anzi ciò che è già accaduto. Al primo posto tra questi possessori di derivati c’è la Deutsche Bank, con 48,26 trilioni; al secondo posto troviamo la Barclay (40,48 trilioni); al terzo posto c’è il Credit Suisse (24,53 trilioni). Se guardiamo alla situazione d’oltre Oceano, scopriamo che le prime tre banche americane riempite di derivati sono, nell’ordine, la JPMorgan (40,34 trilioni), la Citigroup (38,4 trilioni) e la bank of America (25,57 trilioni).Dal che si deduce che i banchieri americani sono stati relativamente meno “infettati” di quelli europei, ma è una magra consolazione. Il quadro è comunque davvero allarmante: circa dieci anni dopo la crisi del 2007-2008 il volume dei derivati si è più che triplicato. Erano allora circa 660 trilioni, cioè 11 volte il Pil mondiale, oggi sono 2.200 trilioni. Siccome già allora fu chiaro che si trattava di carta straccia, dovettero intervenire tutte le banche centrali principali (Federal Reserve, BCE, Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone) per evitare il crollo generale della finanza mondiale. Lo fecero stampando moneta a più non posso, per comprare quella carta straccia con denaro fresco in modo da impedire che non ci fosse più la liquidità necessaria a far muovere la macchina dell’economia mondiale.

Fu il famoso quantitative easing, consistente nel comprare titoli fasulli, prestando denaro fresco a tasso zero. Qualcuno pensò, o finse, di fermare il disastro “educando” i banchieri a rapinare di meno. In realtà si accettò la regola del too big to fail (troppo grandi per fallire). Le grandi banche d’investimento, private come lo erano le banche Centrali, quindi loro alleate e sorelle, continuarono ad agire irresponsabilmente. Certe, le prime, che le seconde sarebbe intervenute a salvarle. Del resto avrebbe dovuto essere evidente che non si potevano educare i grandi banchieri mediante altri grandi banchieri.

Fallita dunque la “lezione pedagogica”, la Federal Reserve, due anni fa, ha deciso di terminare il quantitative easing. E la Banca Centrale Europea, tramite Mario Draghi, annuncia che farà altrettanto il 31 dicembre dell’anno in corso. Ma il problema che costoro hanno di fronte è lo stesso di dieci anni fa, soltanto che è da moltiplicare per quasi quattro volte.

E nessuno ha la ricetta per risolverlo. Basta prendere in esame, in Europa, lo stato della Deutsche Bank. La più grande banca della prima economia europea ha nelle sue casseforti virtuali titoli spazzatura (cioè non vendibili) per 15 volte il PIL dell’intera Germania. Ecco un caso clamoroso di too big to fail. La questione dunque si pone in termini diversi: non chi salverà la Deutsche Bank, ma piuttosto chi salverà la Germania. I “mercati” si comportano come se la prima fosse già tecnicamente fallita. La seconda sta fallendo politicamente. Un’azione DB vale oggi meno di 8 euro, a fronte del record di 116 euro del 2007. Gli asset nominali della banca si aggirano attorno a un trilione e mezzo, contro soli 15 miliardi di capitalizzazione. Il rapporto, del tutto insostenibile, e di 1/100.In questa situazione è anche il destino della Germania e dei sogni che furono della signora Angela Merkel. Sogni di una Europa “tedesca”. Con un Presidente americano che, per giunta, non vede l’ora di dare un colpo risolutivo alle velleità europee di autonomia. Vista da Washington la Germania di oggi ha nella Deutsche Bank il suo tallone d’Achille.


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