La una formidabile coalizione che ha messo in gabbia Donald Trump

Sono i membri di punta di un insieme variegato e inedito, composto dal Comitato Nazionale Democratico (la squadra di Clinton-Obama); il gruppo di punta dei neocon, mescolato con il complesso militare industriale; l’insieme dei maggiori media anglosassoni (tutti, dalla CNN, alla BBC, al New York Times, al Washington Post, alla Reuter e Associated Press, alla CSNBC). Sono quelli che Paul Craig Roberts chiama le “presstitutes”, ed è chiarissimo cosa vuole dire questa parola, anche in italiano. Sarebbe già abbastanza, se non fosse che Donald Trump — non si sa come e perché, ma forse lo si può indovinare — ha consentito loro di circondarlo di una serie di componenti della squadra presidenziale che sono anche stretti alleati del Direttorio.

Il fatto è che questi ultimi sono stati formalmente scelti dalla vittima, che dunque ha poco da dire, indaffarato com’è a difendersi dalle coltellate metaforiche che gli vengono proprio da loro. Compito del Direttorio è stato fin dall’inizio quello di costringere Trump a districarsi nella nebbia di un pulviscolo di sospetti, di accuse infamanti che sconfinavano in quella di alto tradimento e di collusione con il nemico. Era la linea primigenia di disfarsi dell’intruso con una operazione di impeachment. Certo lo scandalo sarebbe costato molto al prestigio dell’America nel mondo. Ma non lo era stato anche l’11 settembre? In ogni caso non era tollerabile, per un tale Direttorio, un presidente che aveva annunciato in campagna elettorale di voler riprendere normali rapporti con la Russia. Per il nido di vespe, che stava covando l’offensiva proprio contro Putin e che era sicuro della vittoria con Hillary Clinton, una tale intenzione era la goccia che faceva traboccare il vaso.

Poi sono arrivate le nomine della squadra presidenziale. Segnate dalle pressoché immediate dimissioni del generale Michael Flynn dal posto di Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Dopo quella sconfitta Trump sembra essersi arreso. La nomina a segretario di Stato di Rex Tillerson venne presentata come quella di un difensore del dialogo con la Russia. Ma non è così e lo si è visto dopo Amburgo. Peggio per peggio la nomina di Nikki Haley al posto di ambasciatrice alle Nazioni Unite. A questo punto l’operazione impeachment è al momento accantonata. Salvo qualche ritorno di fiamma di un presidente azzoppato da troppi nemici, la si può considerare di riserva.

Si è visto ad Amburgo, prima del G20. Trump incontra Putin e gli stringe la mano in modo plateale. Poi aggiunge di considerare l’incontro come un “evento enorme” (tremendous meeting). Per ricevere immediatamente una secca smentita dalla “sua” ambasciatrice all’Onu, che dichiara, papale papale, che l’America “non può avere fiducia nella Russia e non l’avrà mai”. Una porta sbattuta in faccia non a Putin, ma a Trump. E fosse bastata quella! Il Segretario di Stato Tillerson, commentando il rifiuto di Putin di ammettere la sua interferenza nelle elezioni americane, afferma indignato che questo fatto “è un ostacolo al dialogo”, perché impedisce di “rassicurare il popolo americano che non ci saranno intromissioni nelle nostre elezioni da parte della Russia o di chicchessia”.

L’assunto è non solo la colpevolezza di Putin, ma nello stesso tempo è l’accusa a Trump di avere fruito delle ingerenze di Putin per diventare presidente degli Stati Uniti. Una accusa che gli viene, praticamente, dal numero due dell’Amministrazione di Washington, colui che dovrebbe “negoziare” con Putin. Il paradosso è clamoroso in sé; nello stesso tempo è l’ammissione che gli Stati Uniti sono penetrabili come una qualsiasi repubblica delle banane; ma è anche privo di ogni sostegno fattuale. Non c’è una sola prova che questa storia delle “ingerenze” russe sia reale. Le accuse iniziali sono venute da persone afflitte da gravi conflitti d’interesse: John Brennan, capo della Cia di Obama; James Comey direttore dell’FBI di Obama. L’indagine è stata affidata a Robert Mueller III, ex direttore dell’FBI nel momento cruciale dell’11 settembre. Ma non è ancora uscito niente.Cosa tanto pià sbalorditiva se si tiene conto che la NSA (National Security Agency) ha tutte le registrazioni di tutti i colloqui di ogni membro dell’Amministrazione (oltre che di tutti i governi alleati degli Stati Uniti, almeno secondo Edward Snowden, l’inventore principale di quei programmi). Se ci fossero queste prove non occorrerebbe neppure chiedere a Putin se ne sa qualche cosa. Sarebbe la NSA a tirarle fuori. Il fatto che non lo faccia dice clamorosamente che non ci sono. Come non ci furono le armi di distruzione di massa che servirono a George Bush per attaccare e distruggere l’Irak. Ma basta ripetere che invece ci sono, poiché le “presstitutes” lo faranno all’unisono, e non solo nel mondo anglosassone.

Trump è in una condizione molto peggiore di quella del pugile costretto a combattere con un braccio legato dietro la schiena. È piuttosto un ostaggio perfino privato della possibilità di difendersi. Ogni difesa sarà infatti usata per incolparlo. La prossima tappa sarà l’accusa alla Russia di avere truccato le elezioni tedesche? Oppure sarà l’offensiva in Siria, sulla base di bombardamenti chimici annunciati in anticipo a Washington?


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