Evasione: se duecentosettanta miliardi vi sembran…pochi

Esulta Renzi e la ragione è molto autoreferenziale: l’ex premier esibisce lo straordinario record di diciassette miliardi recuperati dal buco nero in cui si rifugia chi in Italia non paga le tasse, ma non confronta però la cifra strappata allo scandalo nazionale numero uno con il totale dell’evasione fiscale, stimata in duecentosettanta miliardi, quanti contribuiscono a collocare l’Italia sul fondo della classifica europea di settore. Nord e Sud, almeno in questo insidioso confronto, mostrano parallelismi e analogie. Se tra i cattivi sono in prima fila Calabria e Sicilia, c’è posto anche per la Valle d’Aosta. L’altra faccia della medaglia segnale il ruolo di regioni virtuose di Campania e Puglia, protagoniste di un significativo ridimensionamento della distanza spese-reddito. Il peggio riguarda il profondo Nord, cioè Lombardia e Piemonte. Campanilismo a parte, l’evasione fiscale, se azzerata (ma è utopia che si scontra con gli interessi di poteri forti collusi con la politica), finanzierebbe interventi strutturali a vantaggio delle fasce povere, del reddito per i senza lavoro, di incentivi all’industria per sollecitare occupazione, progetti innovativi, tutela del territorio e molto altro. E invece? La caccia affannosa a risorse tirate via dalle tasche degli italiani ha un eterno punto d’attacco nella maledetta accisa su beni di consumo e servizi. Aumentano i costi di energia elettrica, acqua e gas, periodicamente sigarette e affini (in quest’ultimo caso nulla da obiettare, perché il fumo fa male) e, ovvio, i carburanti. In molti si chiedono perché costi tanto la benzina e la risposta è semplice. Su ogni litro le tasse incidono per la “bellezza” di un euro e all’“estorsione” contribuiscono ancora balzelli introdotti per finanziare le scellerate invasioni fasciste di Paesi africani. Ora il governo, profittando di punte pasquali di allegra frenesia, delibera l’aumento della benzina in conseguenza del rialzo delle quotazioni internazionali indicate da Total Erg e Q8, giganti del settore. A nessuno è passato per la mente di compensare la richiesta dei petrolieri con un frego su una delle accise imposte oltre settant’anni fa per sostenere il folle colonialismo mussoliniano. Attinenti, anche se alla larga con il dispotismo dei “signori del petrolio”, sono le posizioni godute da grandi aziende straniere nella graduatoria delle prime della classe in termini di migliore reputazione: Tra le prime dieci che agiscono nel nostro Paese solo tre sono italiane. Sul gradino più alto del podio sale la Disney, argento e bronzo sono Ferrero e Ferrari, poi Lego, Amazon, Levi Strauss, Sony, Bmw e Nintendo. In basso stazionano le nostre banche, al centro di scandali che hanno deteriorato il rapporto con le clientele. Assenze clamorose dell’Italia si devono alla campagna acquisti di multinazionali americane e francesi che fanno man bassa del nostro patrimonio di imprese alimentari e dolciarie.


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