Francesco e la nostra “laicità confessionale”. (Ma Dio è in ferie?)

In quella autentica, poderosa sferzata al malcostume dei nostri tempi che è il libro di Oliviero Beha “Mio nipote nella giungla” (Chiarelettere, 2016) filtrano qua e là timidi bagliori. Uno ci coglie – attenzione, sempre col dovuto understatement behano – intorno a pagina 140 arrivando alle “Meraviglie della cristianità” (epigrafe “Le ferie di Dio”) e ritrovando lui, Francesco, luce inaspettata nel plumbeo establishment delle alte sfere clericali, ante e oltre Tevere. Già, perché Bergoglio deve aver «capito perfettamente che i praticanti italiani delle chiese, in numero decrescente, hanno ormai molto dei praticoni, esteriormente disponibili ma interiormente sempre più devoti alla denarizzazione della vita quaggiù, nel dubbio magari non esternato neppure a se stessi che lassù ci sia poco o niente».

Niente? L’unica cosa certa è che non abbiamo nemmeno gli strumenti minimi per affermare questo, né tantomeno il contrario. Lo spiega bene Oliviero quando risponde alla sottesa domanda del pargolo-nipote («ma tu ci credi?») ricorrendo alla metafora dei «piani di movimento interiore». Perché è vero: esiste una laicità confessionale ed esiste una confessionalità laica, estremi che si sfiorano fino a confondersi e che oggi forse, grazie all’arrivo di Francesco sul Soglio di Pietro, riescono perfino a rafforzarsi.

Lo abbiamo sottolineato già altre volte: la palude del nostro mondo, impietosamente descritta da Beha in questo libro, non è priva, al fondo, di speranze. La prima è tutta nel racconto: quella lucida, rigorosa analisi dei fatti che, sola, può indicare la possibile via di fuga dal male.

Stessa cosa, aggiungiamo noi, per l’Italia della corruzione, del malcostume, della giustizia negata e della malasanità. Sere fa ci ha colti di sorpresa – noi, cinici cronisti di piaghe della sanità a botte di milioni – l’intervista televisiva di Giovanni Minoli a Michele Maio, il medico capace dentro un ospedale pubblico, a Siena, di ridare la vita con una strabiliante terapia onco-immunologica a centinaia di persone catalogate altrove come uomini e donne ormai alla fine. Ecco un altro “miracolo” della laicità confessionale che stravolge i nostri “piani di movimento interiore”. E fa sobbalzare i nostri cuori. (r. p.)

Qui di seguito brani dal capitolo di “Mio nipote nella giungla” dedicato alla cristianità.

libro BehaNell’orgia di potere temporale, neanche troppo camuffato amministrato dai vertici della Chiesa cattolica, non si sa bene quanto sia rimasto del messaggio evangelico. La cronaca nera impazza anche in questo delicato, misterioso e chiacchierato «regno di Dio nel basso della Terra» e, senza riesumare il clamore di Marcinkus di trent’anni fa, ancora non si contano i pastori d’anime con le loro peculiari mostrine in combutta con politica, massonerie, banche, organizzazioni criminali e più in generale sua eminenza il Denaro.

Diciamo spicciamente il sistema Italia, già descritto nelle sue caratteristiche corruttive più eclatanti, che interagisce e si integra benissimo con alcuni generali del clero. Il recente caso «Vatileaks» (articoli e libri portati in tribunale poi «fortunatamente» assolti con i loro autori) è solo la faccia tra il grave e il grottesco di un prisma che riflette tale sistema. C’è una giungla anche per i porporati.

È vero che resiste una tradizione spesso commovente e comunque umanitariamente assai solidale da parte dei «preti di strada», anche in questo Paese tradito e rabberciato in alto e in basso. Così che possiamo individuare un’equazione banale, rintracciabile facilmente nella parte di foresta nazionale meno folta: il potere politico, cosiddetto laico, sta al potere temporale religioso come le fasce più deboli e sfruttate dei sudditi stanno ai preti che fanno con difficoltà e sacrificio, anche della vita, quello cui sono vocati e votati. Con una differenza abissale tra le due situazioni, o sponde del Tevere – come si usa dire da tutta una storia alle spalle che mi pare pesi tantissimo anche sull’inconscio e, in buona parte, sul subconscio italiano: che di là, sulla sponda di Pietro, c’è un Papa particolare, davvero «il» Papa, che non ha niente a che vedere, a quanto sembra, con coloro che lo hanno preceduto. (…)

Papa Bergoglio, gesuita assai più raffinato di quello che vuol apparire, è francescano di nome e di fatto. Deve aver capito perfettamente che i praticanti italiani delle chiese, in numero decrescente, hanno ormai molto dei praticoni, esteriormente disponibili ma interiormente sempre più devoti alla denarizzazione della vita quaggiù, nel dubbio magari non esternato neppure a se stessi che lassù ci sia poco o niente.

Oliviero Beha

Oliviero Beha

Quando ha escluso con raro vigore verbale che con l’Islam fosse e sia in corso «una guerra di religione», precisando che soltanto di scontro di interessi si tratta, così come in tutte le sue intemerate, pacifiche o accese, e le sue omelie paratecnologiche («Se nella vostra vita non c’è Gesù è come se non ci fosse campo»), Papa Francesco ha dimostrato una speciale sintonia con i tempi oscuri che stiamo vivendo. Sa benissimo della giungla, insomma. Eppure nello stesso tempo cerca di non farsi trascinare da una modernizzazione che risulta in palese contraddizione con l’eternità professata dal cattolicesimo che lui rappresenta, in nome di tutta la cristianità. (…)

Mi pare in sostanza che non ci sia mai stato, compatibilmente con la differenza d’epoche, un Papa così vicino a un certo modo di intendere la laicità e al medesimo tempo pieno di religiosità essenziale, diciamo «comportamentale», oltre la forma tendenzialmente inerte del cristianesimo e del cattolicesimo. Così come manifesta nei suoi incontri con le altre religioni.

La differenza «politica», di leadership, sia pure nella diversità totale, tra Bergoglio e i leader mondiali, con in coda i nostri, per chi ha occhi e orecchie è un continuo schiaffo morale e materiale. È una radura allargata di interiorità in mezzo alla stessa giungla, cresciuta sul fondamentalismo ma dei soldi, in una dimensione di amoralità che «questo» Papa sembra aver identificato appieno, rifuggendone.

Quindi, acquisito che l’islamismo (piuttosto che il buddhismo o l’induismo) ha pieno diritto (e dovere) di convivere con qualunque altra religione in un pianeta desertificato spiritualmente dai «mercati», al di là di rischi e pericoli avanzati più o meno ipocritamente dall’Occidente, siamo forse di fronte a un passaggio d’epoca: in un’idea strampalata di Provvidenza purtroppo «armata» oppure nel perimetro del paradosso più spinto, possiamo perfino azzardare che l’Isis dei macellai potrebbe o dovrebbe aver evidenziato il bisogno cristiano o paracristiano di una traccia di fiducia, se non proprio di fede, e nella giungla forse stiano spiovendo spiragli di luce. Che sia divina oppure no, è tutt’altra faccenda.


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